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Zio Gianni e Zio Piero

I singolari nomi degli uccelli

Zio Gianni e Zio Piero

I singolari nomi degli uccelli

Leggendo l’ultimo libro di Nocentini “Etimologi si nasce”, scopro che l’etimologia di Barbagianni (Tyto alba), il rapace notturno dal candido volto che sibila paurosamente nei boschi qua attorno, non è altro che zio Gianni: barba infatti, in vari dialetti del Veneto, significa proprio “zio”. Sorpreso ma un po’ infastidito per non esserci arrivato da solo –un po’ come quella volta in cui fu un foresto a spiegarmi che Pedavena deriva proprio dalla posizione del paese ai piedi del monte Avena– pensai d’acchito ad un altro uccello dal nome simile, il Rigogolo
(Oriolus oriolus): un coloratissimo e armonioso volatile che però mio nonno ha sempre chiamato Barbapiero. Lo zio Gianni e lo zio Piero, dunque!

Ma non è finita: quando andavo in montagna da bambino, mio padre chiamava quello che ancora non sapevo essere un Gracchio alpino (Phyrrocorax graculus) con il nome Paola (zhurla per mio nonno). Tuttavia, per quanto questo possa sorprendere, c’è un’altra specie molto comune che in dialetto porta un nome di persona, ossia la Gaia, il garrulo corvide conosciuto in italiano come Ghiandaia (Garrulus glandarius) che spesso, se non lo si intravede in un lampo blu tra le frasche, lo si sente produrre versi bizzarri. Il nome di questo uccello, come del resto anche la Gazza ladra (Pica pica) deriva da Gaia, femminile del nome proprio latino Gaius.

Perché mai chiamare degli uccelli con i nomi di persona? Il professor Nocentini spiega che è pratica comune e antica: i romani chiamavano Titus il colombo (nome comune di persona che, come sopra riportato, compare anche nella nomenclatura scientifica del Barbagianni) e Gavia, femminile del nome proprio Gavius, il gabbiano (cfr. l’italiano gavina). Tale pratica linguistica si riflette pure su altri animali come il Luccio, da Lucio; il baco gigi o gigino per il verme della frutta; il tonchio, il parassita dei legumi, da Antòncolo, a sua volta diminutivo di Antonio, o il perro in spagnolo da Pedro.

Come per lo zio Gianni, anche altri animali hanno un’origine parentelare: è il caso, continua l’autore, del sardo thiligherta, ovvero la zia lucertola, oppure della donnola in spagnolo detta comadreja, madrina, e in portoghese noriña, piccola nuora. Lo stesso, forse, si può supporre per il ciccipallottolo (Armadillidium vulgare) che in Toscana è detto nonnina.

Se gli uccelli prendono il nome di persone, è altrettanto vero il contrario: in dialetto zhavàtol, ovvero fringuello
(Carduelis carduelis), denota una persona stupida al pari di zhurlo (Chiurlo) e di tordo. Lo stesso accade in italiano con la parola allocco. Un’ultima cosa merita d’esser fatta notare, poiché non solo vengono attribuiti nomi di uccelli alle persone, ma pure a determinate parti del corpo: l’organo genitale maschile diventa in dialetto osèl, uccello in italiano, gallo (cock) in inglese e zigolo (zizi) in francese; quello femminile, che in italiano si connota una passera o una fagiana, in dialetto è una perùzhola, una
cinciallegra (Parus Major).

Invito il lettore a riflettere sull’importanza non solo del significato delle parole, ma pure sulla loro etimologia, la quale ne svela il significato primo, l’origine. Sollecito il parlante dialettale a frugare nella memoria lessicale, a ragionare e a tentare di scoprire analogie, somiglianze e collegamenti tra le parole, giacché, restando nell’ambito ornitologico, alcune sono facilmente intuibili come becalegnon (picchio), bec in cros (crociere), coaros (codirosso) e petiros (pettirosso), ma altre sono più ermetiche: perché mai lo scricciolo viene chiamato struzh, la rondine sesìla, l’upupa pochéta, e il passero panegàs (zhiligàt a Feltre)? L’etimologia svela il significato primo, l’origine di un termine.

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