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Walter Rasentera

e i suoi racconti su manifesti e pareti

Walter Rasentera

e i suoi racconti su manifesti e pareti

Erede laterale ma originale della grande stagione della grafica e della pittura murale italiana, Walter Resentera (Seren del Grappa, 1907 – Schio, 1995) attraversò il Novecento alternando l’attività di cartellonista con imponenti cicli di affreschi per spazi pubblici e industriali. Dopo il diploma si trasferì a Milano, dove già nei primi anni Venti entrò in contatto con l’ambiente culturale della celebre osteria Bagutta, crocevia di artisti e letterati. In questo contesto conobbe Marcello Dudovich, di cui divenne allievo, collaboratore e, nel 1935, genero.
Dal maestro triestino apprese la disciplina del segno, ma la prossimità allo stesso lo relegò per lungo tempo nella sua ombra: non di rado, infatti, opere eseguite da Resentera furono firmate da Dudovich, circostanza che ancora oggi rende complessa la ricostruzione del suo catalogo.

Nel mondo della grafica pubblicitaria si distinse con manifesti per marchi simbolo della modernità italiana traducendo l’eco déco e il gusto novecentista in immagini nitide e persuasive. Durante il Ventennio contribuì a definire l’estetica figurativa del regime con un segno netto e volumetrico. Le prime vere committenze autonome furono legate al fascismo: manifesti per l’Opera Balilla, il Natale di Roma e altre campagne di propaganda. Parallelamente, collaborò con riviste come La Lettura, L’Illustrazione Italiana e Il Corriere dei Piccoli, imponendosi tra i protagonisti della comunicazione visiva tra anni Trenta e Quaranta.

Fu però con la pittura murale che rivendicò una voce personale, spostando la sua ricerca dall’orizzonte commerciale al racconto monumentale. Tra i capolavori spicca il ciclo della Birreria Pedavena dei fratelli Luciani, ispirato alle leggende dei Monti Pallidi: nella sala porticato oltre 150 figure a grandezza naturale, spesso modellate su volti reali di amici e committenti, trasformano lo spazio in una narrazione corale che fonde mito, comunità e territorio. Nel secondo dopoguerra Resentera declinò la sua vocazione alla modernità attraverso l’iconografia dell’energia. Tra il 1951 e il 1953 affrescò la volta della sala macchine della centrale idroelettrica di Soverzene con l’allegoria del toro, emblema della forza del torrente domata dall’ingegno umano. Poco dopo, per la centrale di Somplago in Friuli, realizzò un vasto fregio che intreccia il tema della produzione energetica con la memoria storica del territorio, in un dialogo ideale con la lezione di Achille Funi. Negli anni Sessanta si cimentò con il linguaggio del mosaico, firmando la monumentale decorazione per lo stabilimento Dreher di Massafra, in provincia di Taranto, commissionata ancora dai fratelli Luciani.

Resentera seppe bilanciare chiarezza di segno e potenza narrativa, trasformando tanto il manifesto quanto la parete affrescata in luoghi di racconto. Poco incline a riconoscersi in scuole o movimenti, espose di rado e si dedicò soprattutto alla committenza industriale, che gli offrì lo spazio ideale per esprimere il suo linguaggio. Negli ultimi anni la sua opera è stata oggetto di rinnovata attenzione critica, culminata nella retrospettiva feltrina del 2017 che ha restituito la misura di un artista capace non solo di raccogliere l’eredità del suocero, ma di elaborare una voce autonoma, configurandosi come cerniera tra tradizione figurativa e modernità visiva del Novecento.

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