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Violenza sulle donne

da Pedavena un messaggio forte

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Violenza sulle donne

Da Pedavena una riflessione contro la violenza sulle donne. Un momento intenso, partecipato, per trattare un tema molto delicato e purtroppo sempre attuale. Martedì 24 novembre c’è stata la possibilità di incontrare, seppure online, l’autrice, giornalista Rai e regista Matilde D’Errico. L’incontro è stato organizzato in occasione della vigilia della giornata internazionale contro la violenza sulle donne e ha visto la partecipazione anche del Centro antiviolenza Belluno-Donna, nella figura di Mara Giavi. A condurre la serata l’assessore alla cultura del Comune di Pedavena, Chiara Zaetta.

La serata ha avuto inizio con il racconto della D’Errico sul suo principale lavoro di autrice televisiva, “Amore criminale”. Il format del programma è nato nel 2006, principalmente da un articolo sugli omicidi in famiglia il cui titolo era molto esemplificativo: era riportato, infatti, che i delitti violenti erano molto maggiori nei nuclei familiari che al di fuori di essi. La giornalista ha raccontato come questo titolo le fosse venuto in mente una notte: apparentemente facile, ma al tempo stesso provocatorio, praticamente un ossimoro. È nato così un programma non di cronaca nera ma utile non solo alle donne. D’Errico ha iniziato a conoscere le famiglie delle vittime, momenti dolorosi in cui vi erano sia emozioni sia un tentativo da parte dell’autrice di lenire il dolore delle persone incontrate. Così, è nato, nel 2014, il libro omonimo nel quale sono presenti aspetti dell’autrice che non sono entrati in trasmissione. Oggi, da questo suo primo lavoro, la scrittrice ha creato lo spin off, “Sopravvissute”, programma di Rai 3 che va in onda in seconda serata e che racconta le storie delle donne che le violenze le hanno subite, ma che, in qualche modo, le hanno anche superate.

“Ma qual è il rapporto che la donna ha con gli episodi di violenza?” le si è chiesto, forse nel momento più cruciale del dibattito. L’autrice ha risposto con assoluta franchezza dicendo che le donne, il più delle volte, sono intrappolate nella relazione violenta perché, qualora decidano di parlarne, hanno paura e vergogna, specialmente temono di essere giudicate.
Sentendosi, infatti, spesso dire “Ma se lui reagisce così, tu che hai fatto per arrivare a ciò?”, le donne coprono i lividi del corpo e dell’anima. Spiega D’Errico: «Se ti trovassi infatti davanti a una donna che ha subito violenza, i suoi occhi saranno spenti, malinconici. Quando incontriamo queste donne, non dobbiamo avere paura domandare come stanno, di dire che in noi possono trovare un aiuto; ricordando, però, che non è facile che accettino la nostra mano, ancor di più se ci si trova in un paese piccolo dove tutti si conoscono». Dobbiamo, comunque, cercare di far sentire meno sole le vittime di violenza perché l’isolamento è solo di aiuto ai carnefici. Gli stessi perpetuano, prima delle violenze fisiche, quelle psicologiche, distruttive dell’autostima e che portano le donne a non ascoltare, nelle parole della giornalista, il “grillo parlante”, silenziato per credere ancora alla favola.

La violenza sulle donne, secondo la relatrice, accade ovunque, in tutti i contesti; non ci sono distinzioni di tipo culturale o mentale tra i carnefici, possono cambiare solo il carattere o il comportamento. La violenza sulle donne, dunque, è un problema di mentalità; tutti si devono porre in questo contesto, con la famiglia in primis: quello che accade, da bambini, all’interno delle mura domestiche, si perpetuerà anche nella vita adulta. Perciò, dobbiamo combattere il retaggio culturale che sposta la colpa del carnefice alla vittima. Ogni azione violenta è un atto di onnipotenza. Ma, non dobbiamo pensare che ciò accada solo ed esclusivamente tra gli adulti; abbiamo anche a che fare con abusi sessuali su minori e violenze tra coppie di adolescenti che non ci devono far abbassare la guardia. Questi alcuni dei contenuti emersi.

La serata è terminata discutendo su temi di attualità. Nella fattispecie, l’episodio che ha coinvolto la maestra d’asilo di Torino e il caso Genovese, andando ad evidenziare come, nel primo caso vi fosse stato un giudizio morale sulla donna in questione e, nel secondo caso, la conferma del retaggio culturale di cui si parlava poc’anzi.

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