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Villabruna 70 anni fa

scorci di vita di un tempo

Villabruna 70 anni fa

scorci di vita di un tempo

Negli anni 50 del secolo scorso a Villabruna si arrivava da Feltre per una stradina sterrata, larga la metà dell’attuale, che ad ogni acquazzone si riempiva di buche; le forature erano frequenti e spesso dovute a vecchi chiodi. Si passava sotto l’arco di S. Gabriele, all’altezza del cimitero, demolito verso gli anni 60 per far posto al traffico pesante aumentato. Si entrava poi in paese lasciando sulla sinistra le scuole, dove abitava la maestra Anna Fiori, di origine cadorina, col marito Giovanni Bosco, muratore; questi era andato a lavorare a Milano, nel dopoguerra, in bicicletta, portandosi un secchio con dentro cazzuola, martello e una punta.

Si arrivava all’incrocio della pesa pubblica con relativa osteria e poi nella piazzetta col monumento ai caduti e con la fermata della corriera di Mognol, la chiesa con l’affresco di S. Giorgio, la canonica e l’osteria da Nando Conz, piena di fumo e di bestemmie come si usava allora, in cui si entrava scendendo uno scalino. All’angolo la casa del Comune di Feltre con la farmacia e, ai piani superiori, una famiglia di agordini: Mario Fontanive, impiegato all’Altanon di Feltre, e la moglie Rina De Rocco, ostetrica condotta. Di fronte la fontana, dove venivano portate le mucche all’abbeverata mattina e sera e… le inevitabili mosche durante il giorno!
Un po’ più avanti, verso Salgarda, sulla destra, Villa Renier, di proprietà di un nobile veneziano, che aveva affittato il piano terra, come laboratorio, a Vittorino Pellin, detto “Porcamadò”, maestro falegname che vi lavorava col giovane nipote Giosuè Agostini di Menin, apprendista. Era un grande stanzone, rivolto a sud, con buon profumo di legno e di alcool che proveniva dalla verniciatura a tampone, e poco rumore perché non c’erano macchine elettriche ma solo attrezzi a mano: girabacchini, seghe intelaiate con lama a tensione, scalpelli, pialle, martelli di legno per i chiodi di legno: si usavano pochi chiodi e viti in ferro, ma in compenso… tanta colla di pesce!

Al piano superiore abitavo io, dal marzo 1951 , con la mia famiglia: mio padre, Napoleone e mia madre E’lia, la gatta bianca, che si chiamava Mastrilli perché piangeva sempre, e la cagna, Lea, morta poi di cimurro (allora i cani non si vaccinavano); infine gli scorpioni, che entravano spesso dalla facciata a sud, coperta di vite americana. Avevo molta paura degli scorpioni e chiamavo aiuto, ma mio padre, con tecnica infallibile, si toglieva una scarpa e gliela scagliava contro, uccidendoli sul colpo, anche se erano in alto.

Nella parte nord c’era un bel prato con qualche albero da frutto dove potevo giocare tranquillamente con Lea e Mastrilli, ma a me piaceva scendere in falegnameria e osservare il lavoro, curiosare in quello strano ambiente e, avendone la possibilità, provare gli attrezzi, come i martelli. Vittorino mi lasciava fare, ritenendomi innocuo, per la tenera età, ma un giorno volli sperimentare anche i chiodi e non trovai di meglio da fare che inchiodargli il berretto al pavimento di legno! Molti anni dopo, passando a salutarlo, me ne ricordai e volevo pagarglielo, ma si mise a ridere, dicendo che erano gli inconvenienti che capitavano con apprendisti così giovani!

Nell’attuale via Forno abitava un’anziana, Stella Pellin; io la chiamavo nonna, ma in realtà era la sorella celibe di Giosuè Pellin, padre di Vittorino, morto giovane sul Piave nella Battaglia del solstizio: una cara signora che mi prendeva spesso in braccio; poi andavamo tutti assieme nella vicina casa dove abitava Vittorino Pellin con la moglie Rosalia e la numerosa famiglia. Ricordo Nadia che mi faceva da tata e Giosuè, che rivedo ogni tanto passando di là. Era una casa con la corte e animaletti domestici: galline, conigli, gatti, anatre, e mi è rimasta impressa una grande scrofa che allattava una decina di maialini.

È stato un bel periodo, malgrado la povertà diffusa, l’emigrazione, poche case con l’acqua corrente e i servizi igienici, la carenza di comunicazioni: c’era solo il telefono pubblico da Conz. Nelle stalle si usavano lampadine da 3 o 5 candele per risparmiare; gli inverni lunghi, rigidi e strade impraticabili, l’ospedale irraggiungibile (la prima ambulanza fu acquistata nel 1954).

Tuttavia nel paese, essendoci un traffico quasi nullo, tutti camminavano e i bimbi giocavano tranquillamente: si andava a trovare i vicini come la Vittorio e Rita Zancanaro, i Bosco, i Pasa che avevano la segheria a Salgarda; i miei mi mandavano a prendere i gamberi nella rosta e poi li mangiavamo con la polenta a cena insieme ai Pasa. Qualche cena si faceva anche con il dottor Toigo di Cesio: ricordo che, quando arrivava con la sua piccola Topolino A e ne usciva un uomo di quasi due metri, mi domandavo come facesse a starci dentro!
Mio padre invece, come medico condotto, girava con una “Topolino amaranto“ (come quella della canzone di Paolo Conte), senza riscaldamento. Poiché non si poteva pretendere che un malato venisse da Arson, Lasen o Vignui a piedi o in bicicletta, faceva molte visite domiciliari e interventi urgenti come parti difficili, che la pur brava signora Rina non riusciva a risolvere.

Ho trovato una signora che mi ha raccontato la sua avventura («avevo paura di morire io e mio figlio!»): invece, nel locale più caldo e luminoso, la cucina, sul tavolo con un lenzuolo, era andato tutto bene e quel figlio, anni dopo, mi avrebbe poi fatto l’impianto idraulico. Altre volte, purtroppo, c’erano anche i lutti, specie i suicidi, spesso di giovani: la notizia sconvolgeva ed angosciava i parenti, i miei genitori e poi tutto il paese. L’ambulatorio era per chi poteva venire, dedicato soprattutto a interventi: suture di ferite, riduzione e gessi per fratture, bendaggi, iniezioni, paracentesi e prelievi, cateterismi, estrazioni dentarie, ascessi e paterecci. In ospedale si andava solo per interventi chirurgici importanti dai Prof. Petta o Binotto o per malattie come la TBC.

Di questi problemi allora mi rendevo poco conto, ma andavo volentieri con la Topolino perché, durante le visite, vedevo tanti bei campi e animali, e persone nuove che mi regalavano qualche frutto. Ricordo in particolare Zuglian, un carradore che abitava sulla strada vecchia tra Salgarda e Arson in una casa a sinistra sulla prima curva: mi aveva fatto un bellissimo carrettino a quattro ruote ferrate, tutto in legno: era talmente robusto che è durato quasi 15 anni e ci hanno giocato anche i miei cugini.

Nel 1954 siamo tornati a stare a Feltre, ma i ricordi e i rapporti con le persone care sono restati, come ad esempio con Giosuè.

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