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Verso un’agricoltura biologica

una questione non solo di atteggiamento

Verso un’agricoltura biologica

una questione non solo di atteggiamento

Produzione integrata” recita il cartello con la simpatica apetta del vigneto a bordo strada. E penso subito al ronzio delle api e degli insetti nei prati vicino casa appena sbocciano i primi fiori. Ora che ci penso, quel ronzio così intenso è da un po’ che non lo sento più: ci stiamo forse abituando ogni anno che passa ad una primavera sempre più silenziosa? Sembra molto distante, eppure il libro “Primavera Silenziosa” di Rachel Carson che racconta il silenzio nei campi dovuto alla diminuzione del numero di uccelli provocato dall’utilizzo massiccio di insetticidi è un urlo lungo 60 anni.

Braghettine fluorescenti, gamba scolpita e occhiale a specchio: corre uno sportivo lungo un filare superando una giovane coppia con bambino in bicicletta al seguito. Mi domando se anche loro sentano di tanto in tanto l’odore dei trattamenti. Ogni tanto si vede spuntare in qualche casa la bandiera “Stop veleni” ed è subito: «Quel là l’è an ambientalista, an verde, an vegano…» Siamo ancora ancorati alla tendenza a polarizzare il dibattito, facendo scontrare l’agricoltura convenzionale all’agricoltura alternativa: centralizzazione vs decentralizzazione, dipendenza vs indipendenza, competizione vs comunità, dominio della natura vs armonia con la natura, specializzazione vs diversificazione, sfruttamento vs restrizione.

Eppure questa dicotomia ci offre la possibilità di comprendere come un nuovo sistema agricolo rappresenti più che un cambiamento nelle pratiche, uno spostamento negli atteggiamenti ambientali, sia da parte degli agricoltori che da parte dei consumatori. Mangio le mele coltivate da Toni non solo perché più buone di quelle del supermercato, ma in virtù del loro implicito contenuto di sicurezza, salubrità, qualità e del loro valore etico e ambientale.

Volete ridurre tutto al cambiamento dell’atteggiamento, pretendendone una semplice e chiara definizione? Ne risulterete frustrati. Non possiamo vedere gli atteggiamenti, devono essere dedotti da qualcosa, molto spesso sono diversi dal nostro comportamento ed hanno forti componenti cognitive ed emozionali. Bevo litri di caffè e non mi interessa provenienza, metodo di produzione, proprietà nutritive. Basta sia caffè: devo berlo alla svelta, per fare una pausa, e magari il bicchierino di carta finisce pure nella plastica. Per questo gli atteggiamenti non solo sono difficili da spiegare, ma sono anche molto resistenti al mutamento. Questo è il dilemma che riguarda principalmente i problemi ambientali. Vincoli fisici e sociali limitano la nostra azione. È chiaro che gli atteggiamenti positivi nei confronti dell’ambiente sono condizioni necessarie per il comportamento. Tuttavia, non sono sufficienti.

Tra le varie azioni verso una agricoltura biologica è stato recentemente promosso il bio-distretto Terre Bellunesi. In questo caso la promozione dei prodotti biologici si unisce alla promozione del territorio, creando una rete tra risorse naturali, produttive e culturali del territorio.
Già abbiamo visto la “precarietà” dell’atteggiamento individuale. Perché, dunque, un gruppo di cittadini dovrebbe unirsi a difesa dell’ambiente e della natura, senza alcun obbligo legislativo o imposizione di qualche organizzazione? Fortunatamente egoismo ed opportunismo non sono l’unica razionalità espressa dall’individuo.

Ci sono altre motivazioni che devono essere prese in considerazione. Una è sicuramente l’identità culturale, il quadro cognitivo, il contesto continuamente creato e modificato dove si collocano i comportamenti. L’altra è il legame sociale. Il bene naturale che si vuole difendere non è un fine o un mezzo, ma un fattore che circola e crea legami di solidarietà.

Non è un oggetto, ma è un’attenzione comune all’ambiente. Il legame sociale va a rafforzare il legame ambientale.

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