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Valle del Mis

attrazione fatale per Luigi Case

Valle del Mis

attrazione fatale per Luigi Case

Vivere in “Canal del Mis” era diventato impossibile. Eppure Luigi, classe 1947, aveva resistito allo spopolamento di Gena dopo la costruzione della diga. Nemmeno l’alluvione del 1966 lo aveva fatto desistere; ma alla lunga dovette cedere all’isolamento che quest’altra catastrofe aveva procurato. Le sue sorelle non potevano più frequentare le scuole perché nessun autobus transitava più in valle. Era febbraio del 1967 quando, assieme alla madre, da poco vedova, le sorelle e le bestie, dovette lasciare definitivamente le case di Gena Media. Questo fu l’ennesimo tradimento procurato dall’insediamento dell’invaso idrico. Già perché anche lui, come tanti paesani, aveva trovato nella costruzione della diga una illusoria fonte di reddito. “Bocia, utu gner a laorar par noi?”. Era il 1962, a soli 15 anni iniziò da manovale.

«Lavorai nella costruzione di briglie e scalette, alla casa dei guardiani, a sistemare le passerelle della diga con Fioretto De Donà; intanto il lago iniziava a crescere. L’antico Hotel Cervo era ancora abitato quando l’acqua aveva invaso il cortile. Un’occupazione provvisoria; terminate le opere, non c’era più lavoro per nessuno. Così presi la valigia, prima in Svizzera, poi in Nuova Zelanda». Che beffa la diga! Dopo esser stati espropriati della terra, aver lasciato le case, non aver ricevuto nessun ristoro ambientale, si chiude questo triste capitolo con la perdita dell’ultima opportunità di lavoro.

IL RITORNO
Ma la Valle del Mis ha un’attrazione fatale. Luigi nel 1979 ritorna in patria con la moglie Patricia e i figli. Posati i bagagli, corre a rivedere la casa natale. «Son ‘ndat su par la vecia mulatiera, ma par rivar a Gena de Mèz ho dovest farme largo tra i spìn. In manco de diese ani la natura la se avèa magnà le case e i prà. Ho comincià a farme posto, mi par primo tra tuti i paesani, son tornà su a liberar le case». È stata una battaglia contro la natura. «Avée portà su na falciatrice e par una istà intiera ho segà spin, che po brusée in ôtuno. Volèe a tuti i costi riprenderme la me casa natale!».

SGRADITI OCCUPANTI
Non mancarono sorprese. Erano gli anni di “piombo”. Luigi si accorse che la casa era stata occupata da strane persone, da giovani studenti di Padova, risultati presunti sostenitori di gruppi eversivi. La camera in alto era stata chiusa dal di dentro e resa accessibile solo dalla soffitta attraverso un buco nel solaio. I blitz delle Forze dell’ordine fecero allontanare per sempre questi studenti.

NOVEMBRE 1944
Sgraditi invasori quelli del 1980. Ma peggio i primi: SS tedesche che, il 18 novembre 1944, per rappresaglia bruciarono Gena. Nel 1919 la casa era stata acquistata da Luigi Case, classe 1887, figlio del bisnonno “Leto” Case, originario di Tiser, che anni prima era sceso per comprare la montagna di Nandrina, un podere da un milione di metri quadri. «Me nono Luigi al avèa tirà Gena de Mèz an frutteto. Brào a incalmar, al avéa piantà pomèr, perèr, žarieséere, susinére da partùt. Noi se magnéa frutta tut al an, anca parché se cenéa i pom su dei gardìz (rastrelliere) par conservarli. Quela matina le SS le é gneste entro casa. Trovando diversi pér de braghe in camera, le ha minacià me nona: “Me om l’è mort l’altro an! Ghe ho mes su an pér de braghe! Quante braghe arìe dovest meterghe su par sepelirlo?!”. Me nona la era ancora dentro casa, quando la se ha inacort che i todeschi i avèa petà fogo al fienil e la sofita! No i ha salvà nient!».

Si rifugiarono in un’altra casa di famiglia. «I parenti volevano appropriarsi anche di quest’ultima casetta, rivendicando diritti, affermando che il figlio Mario (mio papà) era sicuramente morto in guerra. Ma la nona, Teresa Paganin, li ha fati scampar, specie quando ‘na siora dale Roe Alte la è coresta in bicicleta fin su a Gena a portarghe la notizia che l’avèa senti par radio al saluto de me pare che, esendo vivo e liberà dagli americani, al l’era drìo rivar da Napoli».

LA RICOSTRUZIONE
Il figlio Mario seppe della morte del padre solo all’arrivo. Ricostruì la casa bruciata in onore del padre Luigi, avveduto agricoltore e abile fabbro. Luigi, poco distante dalla casa, aveva costruito una piccola forgia, con un maglio azionato da una turbina che alimentava anche un tornio a legno. Sempre con questa forza motrice, aveva azionato un piccolo mulino per macinare il sorgo, con una mola non in pietra, bensì di bachelite. Una persona davvero ingegnosa. Proprio in suo onore, Mario volle costruire proprio una bella casa; la fece anche decorare da un certo Giulio De Dea, vero artista che aveva creato una vera moda di affreschi, che fece tendenza.

QUI È UN PARADISO
«No podée proprio asàr ‘ndar in malora tut. Adesso la casa la è a posto». Non è frequentata solo da Luigi e Patricia, ma anche dai figli Elisa, Margherita, Simone e dai nipotini, tutti innamorati di questo luogo unico. «Qua mi son nasèst e la sente come la me vera casa. Par mi l’è al Paradiso».

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