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USO DI STUPEFACENTI

la funzione rieducativa della pena

USO DI STUPEFACENTI

la funzione rieducativa della pena

L’uso di stupefacenti, pur risalendo ad antiche origini, ha avuto un’ampia diffusione in Italia a partire dalla fine degli anni Sessanta e continua ad essere uno dei problemi sociali del nostro tempo. La progressiva diffusione delle droghe ha destato un notevole allarme sociale, dovuto sia alla presa di coscienza degli effetti altamente nocivi derivanti dal consumo di tali sostanze, sia alla constatazione del nesso intercorrente tra droga e criminalità. E così il problema, oltre che sociale ed esistenziale, è divenuto anche politico, sanitario e giuridico e nel corso degli anni è stato oggetto di studi e interventi di varia natura.

L’evoluzione della legislazione in materia di stupefacenti è partita dai problemi sollevati dall’abuso, dal traffico e dai meccanismi di mercato delle varie droghe illegali, per giungere a porre sempre più l’attenzione anche sulla condizione sociale e sanitaria del tossicodipendente e, conseguentemente, sull’aspetto della cura e dell’assistenza del medesimo.

Con l’ingresso nel circuito penitenziario di un ingente numero di persone tossicodipendenti, è sorta l’esigenza di assicurare loro un intervento terapeutico e socio-riabilitativo anche all’interno del carcere, di modo che la detenzione possa costituire non un momento esclusivamente afflittivo, ma l’occasione per stimolare nell’individuo un processo di cambiamento, in coerenza ai principi di rieducazione della pena e di individualizzazione del trattamento.

L’attuazione di modalità di intervento efficaci nei confronti del detenuto tossicodipendente costituisce un problema di non facile soluzione, dovendo necessariamente tenere conto delle specificità della realtà penitenziaria (sovraffollamento, carenza di strutture, etc.), nonché delle esigenze di ordine e sicurezza dell’istituto.

Il trattamento non può essere considerato un tipo di intervento a se stante, ma deve inserirsi in una più ampia strategia di prevenzione, cura e riabilitazione, che coinvolga non solo il carcere, ma anche le altre istituzioni dello Stato e, più in generale, l’opinione pubblica.

Inizialmente, il carcere veniva individuato come strumento altamente simbolico e perciò risolutivo, anche con riguardo al consumo stesso di sostanze stupefacenti. Con il passare degli anni, tuttavia, hanno trovato risalto gli effetti controproducenti dalla reclusione, tra i quali l’aumento del senso di isolamento ed emarginazione rispetto al mondo esterno. In questo orizzonte è nata l’idea di una cultura terapeutica, opposta a quella penitenziaria, nella quale il tossicodipendente è chiamato in prima persona a svolgere un ruolo attivo nel proprio percorso rieducativo.

La necessità è divenuta duplice, ossia tutelare il diritto alla salute e al contempo rispondere alla esigenze sociali di sicurezza, a fronte del dilagare del consumo di droghe. Questo bilanciamento di interessi si è condensato nel Dpr 309/1990, testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti: la legge prevede misure alternative alla detenzione, anche per rispondere al problema del sovraffollamento carcerario, prospettando misure come l’affidamento in prova in casi particolari – che prevede lo svolgimento di un programma terapeutico di riabilitazione presso una comunità di recupero – e la sospensione dell’esecuzione della pena, nel tempo in cui il soggetto sta seguendo il programma.

Interessanti sono i dati sulla recidiva criminale, ossia la commissione di nuovi reati. Sotto questo profilo, i risultati migliori li ottengono coloro che hanno beneficiato di misure alternative al carcere, viceversa i 2/3 circa dei detenuti rilasciati tornano rapidamente a delinquere. Il dato non è di poco conto, se consideriamo che oltre un terzo della popolazione carceraria è costituito da soggetti condannati per reati droga-correlati. Al 31 dicembre 2020 (dati emergenti dalla relazione annuale al Parlamento), le persone detenute per reati in violazione del Dpr n. 309/1990 presenti in carcere erano 18.697, pari al 35% del totale dei presenti.
Ovviamente, anche la buona riuscita del percorso terapeutico dipende da molteplici fattori, non ultimo l’intersecazione con progetti di reinserimento sociale e lavorativo: risulta, quindi, evidente l’importanza della corresponsabilità tra i vari soggetti coinvolti nel processo di formazione e riqualificazione professionale, con recupero di abilità e motivazione.

Solo una forte rete di cooperazione e sensibilizzazione degli enti interessati può trasformare il disagio dell’utente in opportunità di ricostruzione della propria identità, di nuovi legami, di un futuro migliore.

(Per l’argomento “Dipendenze e abusi di sostanze” in ambito educativo vedasi il precedente numero di febbraio, p. 80).

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