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Una storia d’accoglienza

Una storia d’accoglienza

La nostra cultura civile e anche religiosa ci ricorda che il mese di novembre, in particolare, è dedicato alla memoria dei morti. Anche se l’epoca in cui viviamo vuole esorcizzare il più possibile la “cultura della morte”, favorendo invero la cultura dell’invincibilità dell’uomo, i più sono ancora legati al culto dei morti.

La letteratura dell’Ottocento, attraverso un illustre testimone quale Ugo Foscolo, ha scolpito proprio sulla pietra tali valori. Tutto parte nel 1804 quando la legislazione napoleonica impone che i cimiteri siano posti al di fuori delle mura cittadine e che le lapidi siano composte del solo nome del cittadino defunto; il provvedimento agisce su due fronti: uno igienico-sanitario e uno di stampo ideologico, giacché impedisce la costruzione di mausolei ai nobili trattando tutti i defunti su un piano di parità.

Nel suo poemetto Foscolo parte dall’idea che il ricordo e i sentimenti veicolati dalle sepolture sono strumenti attraverso cui i defunti continuano a vivere nella memoria dei loro cari, ma sviluppa poi il testo agganciando questa riflessione sia all’attualità, cioè alla novità imposta dalla nuova legislazione francese, che guarda con occhio critico, sia a un dibattito politico più ampio e di stampo patriottico per terminare nell’elogio della funzione della poesia che, ben più dei sepolcri, è in grado di rendere eterno l’esempio dei grandi uomini. Aveva ragione Foscolo perché, grazie proprio alla memoria “scolpita” nelle lapidi, si ricordano le gesta e la storia di talune persone, nel caso di specie di Margherita Antonini, tramandate e riportate da Floriano Alpagotti.

Era il 1850 quando accadde una sorpresa proprio davanti agli scalini della chiesetta frazionale di S. Bartolomeo in Callibago-Meano. Avvenne in un mattino di ritorno dalla prima messa della domenica. Due anziani di Callibago trovarono una cesta in cui era stata lasciata una neonata, però con la sua identità incisa sulla catenina che portava al collo; purtroppo era ignota la sua provenienza.Gli anziani, decisi e senza nessuna paura, la portarono a casa e la crebbero con amore come se fosse una loro figlia.

Il tempo trascorre sereno negli anni fino al momento del matrimonio della ragazza. Qui sorge il problema dell’identità: voce correndo, tra parroco e sindaco del paese, si riesce a ritrovare la mamma di Margherita Antonini, che era una ragazza madre di Venezia con buone risorse economiche. L’incontro tra mamma e figlia avvenne, ma quest’ultima non volle riconoscere la madre come tale. Alla morte della madre, la ragazza ricevette la sua parte di eredità in Marenghi d’oro, che era stata divisa tra i numerosi figli. Questo ci insegna che i ricordi e le tradizioni, sia nelle favole sia nella vita vera, sono tramandati col passaparola anche al nostro tempo.

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