Guardo dal finestrino del bus che dalla Slovenia mi riporterà in Italia. Mi abbandono sul sedile ascoltando musica con le cuffiette. I cartelli in lingua slovena sfilano via, lasciando posto a quelli scritti in italiano e triestino. Una tabella a fondo blu con le stelle dell’Unione Europea mi ricorda che ho passato il confine tra i due stati. Un confine ora accogliente e libero. Sblocco lo schermo del telefono e tocco l’icona della galleria. Le ultime foto scattate mi aiutano a ricomporre una storia. Penso alla settimana appena trascorsa. Eravamo una trentina di giovani attivi e fervidi di idee, provenienti da vari paesi d’Europa, riuniti alla “Društvo Metta”, una cooperativa biologica a nord di Lubiana, inserita in un contesto rurale inalterato e ricco di biodiversità.
Il progetto, dal titolo “Taste of Freedom” e finanziato dai fondi Erasmus+ dell’Unione Europea, era organizzato in collaborazione con l’associazione “Exploring Anima Mundi”, una realtà fondata da giovani volontari operante in provincia di Varese. Il tema era il cibo, l’alimentazione sostenibile e la vita a impatto zero. L’obiettivo era condividere idee, saperi e creatività in cucina e nella cura dell’orto, discutere e immaginare soluzioni possibili per risolvere questioni relative al mondo dell’alimentazione, rispettare la Terra e il cibo che ci dona.
Alzo lo sguardo oltre il finestrino e distese di campi coltivati mi fanno emergere un ricordo. Vado con il pensiero a un pomeriggio in cui abbiamo discusso di una pratica a me ignota, adottata da attivisti in alcuni paesi ricchi per combattere lo spreco alimentare nei grandi centri urbani.
Digito sulla barra di ricerca le due parole che all’improvviso mi sono riaffiorate nella mente: dumpster diving. Dumpster diving è un termine che tradotto significa “immersione nei cassonetti” e consiste nel rovistare tra i rifiuti dei supermercati per recuperare cibo scartato perché eccedente, ammaccato, scaduto, non conforme ma integro, quindi ancora commestibile.Si fonda su regole non scritte basate sul buonsenso di ogni fruitore: non raccogliere cibo che ha toccato le pareti del cassonetto, controllare l’integrità delle confezioni e l’assenza di muffe sui prodotti, non prendere per sé tutto ciò che è disponibile, ma lasciarne anche a chi verrà dopo.
È noto che gli alimenti vengono gettati nei rifiuti ancora nel loro imballaggio originale; pertanto, non vengono contaminati da agenti patogeni esterni. Inoltre, la data di scadenza riportata sulle confezioni è una linea guida utile più agli esercizi commerciali, i quali sono obbligati a sostituire i prodotti, che al consumatore.
Occorre però agire con prudenza: selezionare i prodotti scaduti da non troppo tempo e valutare la scelta in base al tipo di alimento e alla sua conservabilità in ambiente non controllato.
Il dumpster diving ha una prima diffusione negli Stati Uniti intorno agli anni 90 con l’avvento del freeganism (da free, libero, e vegan, vegano), uno stile di vita anticonsumistico e rivoluzionario. Si espande qualche anno più tardi anche in Europa, soprattutto nei paesi nordici, tra studenti impegnati nel sociale e persone sensibili ai problemi ecologici. Secondo i dati del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, il 17% per cento del cibo coltivato finisce in discarica, con un impatto enorme sull’intero ecosistema. Per avere un’idea, se lo spreco alimentare fosse uno Stato, sarebbe il terzo al mondo per emissioni di gas serra. In Italia, il dumpster diving non è del tutto legale; esiste un vuoto legislativo intorno a questo fenomeno, oltre a molte riserve e pregiudizi sociali (pare sia tollerato solo se praticato dai senzatetto per motivi di sopravvivenza).
Cosa deve davvero disgustarci, un alimento integro recuperato da un cassonetto e reimmesso nel sistema alimentare, oppure una struttura economico-produttiva che spreca e distrugge cibo ancora commestibile?