Incontriamo Cesare Lasen, autore di oltre trecento pubblicazioni in ambito floristico, geobotanico, ecologico applicato, paesaggistico e conservazionistico, componente del comitato Scientifico della Fondazione Dolomiti-Unesco, primo presidente del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi, socio di organizzazioni attive in campo protezionistico, etico e sociale, nella sua abitazione, affacciata alla vallata feltrina. Da qui si gode un panorama incantevole e si assiste allo spettacolo di una natura che pulsa di vita. La nostra chiacchierata si riferisce a un argomento di grande attualità: la tutela della natura e la sua fruizione da parte dell’uomo.
Qual è, a suo parere, la finalità di un parco in un momento storico in cui si ritiene importante la tutela della natura, ma si assiste a un eccessivo consumo del territorio e a un turismo non sempre sostenibile?
La finalità principale dei parchi è senz’altro la conservazione degli ambienti naturali e dei loro equilibri ecologici. I parchi garantiscono l’integrità, la biodiversità e la conservazione nel lungo periodo di territori di elevato valore scientifico e culturale. Nascono come dei tesori fondamentali per garantire la sopravvivenza di specie vegetali e animali sempre più minacciate da interventi distruttivi da parte dell’uomo.
Quali sono, secondo lei, le azioni coerenti con la necessità di tutelare le risorse naturali?
Un elemento cardine è l’educazione ambientale a tre livelli: a titolo individuale, a titolo comunitario, nelle scuole, nel lavoro, attraverso enti e associazioni che se ne interessino e, infine, in campo politico-istituzionale. Se negli ultimi anni si nota una maggiore sensibilità nei confronti dell’ambiente e della sua preservazione, in campo politico non si sono fatti passi avanti, anzi, gli appelli che provengono da più parti sono purtroppo del tutto disattesi. La natura è un libro aperto, ma servono le chiavi per poterla leggere e interpretare. Ci vogliono competenze, professionalità e soprattutto la volontà di preservare il nostro pianeta per le generazioni future, non pensando esclusivamente al profitto e agli interessi del presente. Stiamo assistendo a un analfabetismo ecologico che penalizza le componenti più deboli e meno protette dei nostri popoli.
In questi ultimi anni in cui si sente parlare sempre più spesso di overtourism; come si inserisce il turismo all’interno di un parco?
Le aree protette possono favorire un’educazione ambientale corretta e promuovere attività come un’agricoltura sostenibile e un turismo responsabile che rimanga all’interno dei limiti di sostenibilità. Significa, per esempio, non voler portare nei parchi le abitudini della città pretendendo servizi incompatibili con l’ambiente in cui ci si trova. Significa, anche, comprendere che ogni territorio può ospitare un certo numero di visitatori. Già negli anni Cinquanta-Sessanta è stato introdotto il concetto di carrying capacity, che indica la capacità di un ambiente e delle sue risorse di sostenere un certo numero di individui. Purtroppo, in questi ultimi anni stiamo assistendo a un vero e proprio assalto ad alcune zone fragili del nostro territorio da parte di una tipologia di visitatori che pensano al parco come a un luna park. La soluzione non può essere che porre dei limiti alla frequenza attraverso il numero chiuso e al pagamento di un ticket d’ingresso ragionevole. Il parco è un bene comune che deve essere fruibile per tutti, ma va conservato e mantenuto con cura.
Il nostro parco rappresenta una ricchezza inestimabile, dobbiamo esserne orgogliosi.
Certamente, la cultura dell’ambiente promuove anche valori etici e favorisce la conoscenza. Bisogna abituarsi a lavorare insieme, a creare una rete di relazioni che concretizzi idee forti e costruttive. Dobbiamo imparare ad apprezzare la bellezza e la fragilità degli ambienti che ci circondano con l’augurio che scelte poco avvedute non ritardino i tempi della transizione ecologica fondamentale per il nostro futuro.