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Un giro nel passato dei nostri avi

ricordiamoci di quei "vecchi" che poi vecchi non erano

Un giro nel passato dei nostri avi

ricordiamoci di quei "vecchi" che poi vecchi non erano

Mi giro e controllo ancora una volta col radiocomando di aver chiuso la macchina. Sono al limitar del bosco. Il percorso parte ai piedi delle montagne che conosco perfettamente. È una uscita senza pretese, poco impegnativa, solo per fare un po’ di allenamento. In questi dieci minuti il mio sguardo non si stacca dal sentiero. Fissa pochi metri avanti, non guardo altrove, passano i minuti.

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Un giro nel passato dei nostri avi

Sembra una giornata positiva, ma ad un certo punto mi rendo conto di non riconoscere il tracciato. È più largo, più pulito e soprattutto più vissuto. Il fondo e fatto di sassi di varie dimensioni posizionati con maestria, lucidi e consumati ai lati, una sorta di binario, ma non ci sono segni di ruote o cingoli. Ai lati pochi cespugli di nocciolo e piccole piante in crescita di carpino e faggio, e poi, al di là, prati che sembrano campi da golf; sono stati rastrellati da poco.

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Un giro nel passato dei nostri avi

In lontananza poi vedo una casa, la classica casa a colonne a sostegno di una pergola, un esempio fantastico di architettura rupestre atta a d ottimizzare lo sfruttamento del sole. Il camino fuma e si sente un gran vociare chiassoso ed allegro di voci di bambini. Distinguo a fatica una persona che sta spaccando legna sul ceppo. In effetti, lo noto ora, manca il classico rumore di motosega che fa praticamente ormai da sottofondo alla quasi totalità delle uscite in montagna.

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Un giro nel passato dei nostri avi

Sono immobilizzato, paralizzato. Non ho però il tempo di farmi domande perché noto, qualche metro più su, un uomo dall’aspetto rude e trasandato che mi fissa curioso.

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Un giro nel passato dei nostri avi

«Dove vatu, bocia?», mi dice.
«Si, ragazzo di una volta», rispondo.
«Ben ben, te vedarà che dopo le’ pedo!».
«Vado a fare un giro».
«….an giro? Su par de qua? Qua no vien nesuni a far giri, pasa quei che va a far legne o a far fien, opuramente quei che quando che al e ora i porta le bestie in campigol!».

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Un giro nel passato dei nostri avi

Guarda con attenzione il mio abbigliamento e soprattutto il mio zaino, chiedendomi di che materiale sia.
Preso alla sprovvista rispondo che è un prodotto sintetico. «E sarielo che? El meo le’ quel là». Lo avevo già visto, poggiato a terra: è in tessuto pesante, tenuto insieme da una struttura a vista di ferro. Non il massimo della leggerezza.

Mostrandogli le “comodità” del mio zaino, ecco che salta fuori una bottiglia di plastica trasparente. «E questa? De che ela fata? No le’ viero!». Subito mi viene in mente mio papà che quassù ha passato la sua infanzia con pecore e capre e, tante volte, guardando una di queste semplici bottiglie, esclamava con lo sguardo triste: «Se se ghe n’avese avest anca una sola de queste lassù, altro che gamele e secie». Ora invece ce ne sono miliardi che inquinano ovunque. Non provo comunque neppure a spiegare, gli chiedo invece dove sta andando. Sono le nove e mi risponde che sta tornando. È salito presto con i due figli maggiori che stanno tornando con la “mussa” carica di legna, diretto verso casa dove ci sono gli altri cinque figli, la moglie e i suoi genitori che vivono con loro.

«Ma no te ha gnint da far? Va ben, no te ha bestie, legne te se a posto, ma no te ha al cuert che spande? O no so, le tole del ceso da cambiar che se vede entro tut?! E de svangar atu fini? Atu spandest tut al ledam? E troi da sistemar no te ghe na? Insomma atu veramente fat tut? Parché mi no ho mai fini!».

No, sinceramente non ho di questi lavori.

Non capisco perché continuo a parlare in italiano, il dialetto mi riesce molto meglio. Credo sia soggezione e rispetto. Mi trovo probabilmente di fronte ad un coetaneo di mio nonno Toni. Sto vivendo un periodo dove ogni piccola cosa costava fatica e sudore. I sentieri o, meglio, mulattiere, provati dal continuo passare degli scivoli delle musse che portavano legna e fieno. I prati rasati costantemente per le bestie, veri capitali per l’epoca, i campi arati e costantemente concimati per raccogliere patate fagioli e mais.

E poi i boschi. Sempre liberati da piante malate e schiantate e sapientemente tagliati ciclicamente con la raccolta perfino delle foglie per far materassi o da usare in inverno per le stalle. Guardo quell’uomo, ne ho una grande ammirazione e con rispetto e un po’ di timore gli chiedo il nome.

«Giovanni ma son Nani scet», probabilmente un soprannome per la mancanza di giri di parole. Ancora più titubante chiedo l’età. Mi dice di averne 63… è due anni più vecchio di me. Sembra mio nonno.
Effettivamente, quando io ero piccolo, i cinquantenni sembravano vecchi.

MI invita a bere n’ombra ma il mio innato “dire di no” mi porta a lasciarlo andare. Lo sto a guardare mentre s’incammina col bastone nodoso e lucido che ha recuperato. Sono frastornato e quasi terrorizzato dall’idea di aver fatto la fine di Troisi e Benigni in “Non ci resta che piangere”, un film che li aveva rimandati indietro nel 1500… quasi. Affretto il passo, sudo freddo. Avevo camminato un quarto d’ora, com’è possibile che non sia ancora all’auto? Inizio a pensare al peggio. Poi il cellulare suona. È la sveglia.

Sono a letto, coperte e lenzuola pulite e addizionate di ammorbidente, all’estratto della pianta meno conosciuta al mondo in quantità. Materasso in lattice del Borneo con faccia invernale ed estiva con doppie cuciture, non si sa mai che scappi. Bagno con riscaldamento a pavimento sui 24 gradi anche se inquini (ma sarò mica io a salvare il mondo). E poi la colazione. Il frigo contiene alimenti a iosa. Il latte classico delle vacche di Nani scet forse, però, no. Tutta una serie di prodotti derivati e poi prosciutto e formaggio e ogni ben di Dio. E poi biscotti, pane, marmellate ma…manca sempre qualcosa. Magari finisce la Nutella e, apriti cielo.

Il mio pensiero va a quell’uomo, a quelle generazioni che con fatiche immani ci hanno portato ad oggi, a come stiamo.
Ringraziamole sempre quelle persone e ricordiamoci che non hanno deciso loro di fare i nostri avi. Potevano essere loro i nostri nipoti.

Ricordiamoci di quei vecchi che poi vecchi non erano.

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