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Un fuoco che brucia

tradizioni popolari di origine antica

Un fuoco che brucia

tradizioni popolari di origine antica

Dalla preistoria ad oggi il fuoco è sinonimo di civiltà. Indicato come uno dei quattro elementi costitutivi dell’universo (acqua, aria, terra, fuoco), è l’ultimo ad essere stato ammaestrato, dopo essere stato vestito di sacralità. Da sempre il fuoco è sacro agli dei e agli stessi è stato rapito, o da Prometeo nell’antichità, o da Sant’Antonio Abate per la la cristianità.

La scoperta del fuoco (il fuoco è una scoperta, non un’invenzione) segna il fondamentale passaggio tra homo erectus e homo sapiens e si colloca all’incirca un milione e ottocentomila anni a.C. Prima della scoperta del linguaggio, il primo aspetto universale che distingue il genere umano dalle altre specie è la capacità di usare il fuoco e il saperlo riprodurre. La fiamma serve a rischiarare il buio, allontanare le fiere, cuocere il cibo, fondere i metalli, e produce un miglioramento nelle condizioni di vita. Il suo uso non è per nulla scontato, per questo segna l’inizio storico di un’età.

Un secondo carattere che lo accompagna è la sacralità. Al fuoco infatti viene abbinata una capacità divinatoria: la predizione del futuro. Entra allora in campo la magia, un elemento immateriale che accompagna la nascita del Mito, e il fuoco viene venerato come un dio. A tutte le latitudini, presso tutte le etnie, vengono realizzate danze e riti collegati al suo uso. Il Panevin, il Brusa la Vecia, i Fuochi di San Giovanni, il Lancio delle Cidule, il Bater Marz e persino i Fuochi del Redentore (fuochi d’artificio) si rifanno a questi riti antichi.

Non possiamo dimenticare che al fuoco sono legati altri aspetti legati all’armonia dell’amore, (sentire un fuoco dentro, essere arsi dal fuoco della passione), e quelli della socialità (stare attorno al fuoco, avvertire il tepore del focolare, offrire una calda ospitalità). Seduti attorno ad un fuoco ci si riconosce (anche quando è buio), si parla, si condividono emozioni, si esprimono desideri, come davanti ad una stella (una palla di fuoco) che cade.

Mito e magia, arte divinatoria e religione si fondono quando ardono i falò purificatori. Da sempre il fuoco è collegato alla nascita del nuovo anno nuovo, o all’avvento della bella stagione (solstizio). Persino Halloween, così diverso dai nostri riti, è legato ad un capodanno, quello celtico; le zucche svuotate e illuminate da una candela rischiaravano la strada ai morti che tornavano a far visita ai vivi. Tutti questi eventi riconducono ad una origine cosmica, ai movimenti degli astri, che i primitivi interpretavano e divinavano non sapendoli spiegare.

Il fuoco è luce e per questo viene assunto dalla religione come immagine di Dio (il roveto ardente). Diventa dunque “sacro” non solo per gli sciamani delle tribù, per i fachiri che camminano sulle braci, ma anche per i cristiani, che ricordano con una fiammella la presenza di Dio nel santissimo Sacramento e celebrano a Pasqua la benedizione del fuoco e l’accensione del Cero Pasquale. Per i nostri morti accendiamo i “lumini”, perché dove c’è luce lì c’è la vita, in questo caso vogliamo indicare la vita eterna.

Accendere un fuoco nelle prime ore del mattino, fa riprendere vita alla casa. Attizzare le braci in una fucina ci fa lavorare il metallo. Ravvivare la fiamma del forno fa cuocere il pane. Terribile è invece il fuoco di un incendio che riduce tutto in cenere (un fuoco dell’inferno).

Quando ripetiamo il “Brusa la Vecia” affondiamo le nostre radici in un rito del passato e inneggiamo alla vita. Quando l’uomo moderno, (non più homo sapiens), usa invece il fuoco dei suoi cannoni, delle bombe, delle mitraglie per distruggere altre vite, lui si scrive la propria condanna. Meglio sedersi accanto ad un fuoco, passandoci una grolla, sorseggiando un’erba mate o scambiandoci il calumet, bevendo un cordiale, cercando finalmente di vivere in pace.

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