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Un emigrante con la valigia in mano

Tributo alla storia di San Gregorio

Un emigrante con la valigia in mano

Tributo alla storia di San Gregorio

Non so quanti altri paesi siano stati coinvolti nell’emigrazione, con gran parte degli abitanti che, in cerca di un lavoro per mantenere se stessi e le proprie famiglie, si sono spinti lontano da casa e in mezzo ai pericoli; a San Gregorio nelle Alpi tutto parla di emigrazione. Dalla strada principale per entrare in paese, denominata via dell’Emigrante, al Monumento ai caduti sul lavoro e in emigrazione, a fianco del Municipio, con la targa (voluta da Sandro Cassol) dedicata a quanti sono caduti durante il lavoro all’estero, fino alla strada per andare all’ultima dimora, il viale delle Lampade spente.

Io ho un solo ricordo per avere conosciuto personalmente una di queste persone, il signor Piero Centeleghe (papà di Giovanin). Quando passavo per casa sua, lui stava lì, con quella sua barba bianca, seduto fuori a bearsi il sole ma con le mani affusolate sempre in movimento; non riusciva a stare fermo, ora preparava i denti per i rastrelli, altre volte costruiva cestelli di vimini, poi ogni tanto si fermava, tossiva, cercava di respirare a fondo come poteva, e bisbigliava solamente una parola: “Maledetta”, riferendosi alla “pussiera” (silicosi) che non lo faceva respirare.

Ci sono state anche delle serate particolari dedicate agli emigranti; ne ricordo una in chiesa, con la presenza delle massime autorità, del Vescovo Andrich e di Carlo De Conz, il quale, spiegando la sua storia, commosse la platea.
E poi le mostre fotografiche all’ingresso della Mostra delle zoche. Ed ampio spazio si è dato alla presentazione di libri riguardanti la vita dei minatori in miniera.
Così, per scrivere cose più approfondite e perché la memoria di questa povera gente che non c’è più non vada dispersa, ho chiesto a Costante De Bastiani (4), per tutti “Costantino”, di raccontare qualcosa dell’emigrazione, visto che ha collocato davanti all’ingresso di casa sua, su di un trono fatto di pallet, il fantoccio di una persona con la valigia in mano. Costantino potrà anche essere il presidente dei “Cagnaballe”, ma lui, memoria storica, non è mai stato più serio e spiega: «La scelta di emigrare nasce dal bisogno di respirare. È così. E la speranza di una vita migliore è più forte di qualunque sentimento».

Ma come ti è venuta l’idea di costruire quel trono?
«Quando abbiamo sentito che sarebbe passato il Giro d’Italia per San Gregorio, noi abitanti avevamo pensato di abbellire il paese costruendo delle biciclette e mettendoci sopra dei manichini; alle fine è venuto in mente quasi simultaneamente a me e a Sonia Pezzé quest’idea: perché, visto che ci troviamo in via dell’Emigrante, non costruiamo un manichino e lo lasciamo qui fuori per onorare maggiormente la via? Detto fatto, mi ha aiutato lei che è molto brava»

Aggiunge poi: «Per me, che a 24 anni sono partito per la Libia e poi per Marocco, Turchia, Algeria, è stato come rivedermi in quel fantoccio, e lo amo come me stesso, è una parte di me che riaffiora. Ti dirò di più, tra un po’ quel trono con quell’emigrante se ne andrà, “emigrerà” anche lui per tornare chissà quando, quando la nostalgia si sarà completamente imbevuta di lui».

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