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Un cuoco gambiano tra le Dolomiti

la storia di integrazione di Camara

Un cuoco gambiano tra le Dolomiti

la storia di integrazione di Camara

Se dovesse capitarvi di andare verso Falcade, potreste avere la fortuna di fare un incontro speciale. Quello con Camara.Camara Karamo, ragazzo originario del Gambia, abita a Falcade da ormai cinque anni. Arrivato in Italia nel 2015, dopo un viaggio lungo e pericoloso attraverso il deserto del Sahara e poi il Mediterraneo, oggi lavora come aiuto cuoco presso la Baita “La Morea”, a quasi 2000 metri di quota.

«Quando sono arrivato in Italia mi sono trovato in un Paese dalle abitudini totalmente diverse dalle mie e alle prese con una nuova lingua», racconta Camara. «Quindi, la prima cosa che ho fatto è stata quella d’iscrivermi a scuola.
Al tempo abitavo a Pieve di Cadore, dove ho frequentato i corsi di lingua italiana presso il Centro Provinciale per l’Istruzione degli Adulti». Pensando a quel periodo, il ragazzo fa trapelare un po’ di sconforto e si capisce dalle sue parole la fatica fatta nei primi anni di permanenza in Italia. «A volte piangevo in classe al pensiero dei miei parenti restati in Africa», racconta. Infatti, anche se la sua famiglia sta bene, vive comunque in un Paese complicato e molto vulnerabile.

«Ho iniziato a lavorare proprio in Cadore, mi occupavo della pulizia delle strade e della cura del verde urbano, ma poi, un po’ alla volta, ho imparato a cucinare i piatti della tradizione veneta e trentina», ricorda il ragazzo. «Quello della cucina è un lavoro che mi piace, mi dà molte soddisfazioni».

Effettivamente i piatti che prepara Camara sono squisiti e dal sapore esotico. Zuppe guarnite con petali colorati, cous cous con verdure e taglieri di prodotti locali che i turisti sembrano decisamente apprezzare. Dopo aver imparato una professione e aver trovato un’abitazione a Falcade, Camara negli anni è anche riuscito a pianificare un viaggio di ritorno in Africa, per fare visita alla sua famiglia rimasta lì. «Sono tornato a casa sette anni dopo la mia partenza. È stato emozionante rientrare nella mia terra, riabbracciare mia mamma e i miei bambini. Anche se grazie a Internet riesco a comunicare quotidianamente con loro, riabbracciare i tuoi cari non ha prezzo».

Camara spiega che, una volta in Africa, ha fornito scarpe e zainetti a tutti i compagni di classe dei suoi figli: «Ho comprato materiale scolastico e vestiti per circa cinquanta studenti, perché non volevo che i miei bambini fossero gli unici ad andare a scuola con delle scarpe chiuse». In Gambia, infatti, ben un quinto dei bambini non frequenta la scuola e l’accesso alle strutture scolastiche è spesso reso complicato proprio dalla difficoltà di spostarsi o per l’assenza del materiale di base. «Il mio Paese non è cambiato molto da quando l’ho lasciato, ci sono ancora le stesse cose meravigliose che lo caratterizzano, come l’ospitalità e la socievolezza della gente, ma anche le stesse problematiche». Il Gambia, o Repubblica del Gambia, conta appena 2.4 milioni di persone e di queste quasi la metà vive al di sotto della soglia di povertà assoluta, povertà esacerbata dagli effetti della pandemia di Covid-19, dal conflitto russo-ucraino e dal cambiamento climatico.

Essendo un’ex colonia britannica la lingua ufficiale è l’inglese, ma nella vita di tutti i giorni si parlano soprattutto il mandinko e il wolof, lingue di una ricchezza lessicale incredibile. Anche se il turismo è abbastanza sviluppato lungo la costa atlantica, in virtù delle chilometriche spiagge dalla sabbia color oro, i gambiani dipendono quasi totalmente da un’economia di tipo informale e da un’agricoltura di sussistenza. Purtroppo, tra il Gambia e il Senegal è anche in corso un conflitto subdolo e silenzioso, ma che continua a causare ogni anno numerose vittime e sfollati, e questo per interessi legati al traffico illegale di legno pregiato, come quello di palissandro.

Benvoluto da amici e colleghi, Camara è ormai molto pratico del territorio bellunese e anche della complicata burocrazia italiana: «Pian piano, vorrei fare richiesta di cittadinanza italiana, ora che i requisiti li ho tutti. In Italia sono contento, mi trovo bene perché qua ho instaurato delle relazioni forti con molte persone».

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