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Un bicchiere di storie

la vita di Fiorenza De Col nell'osteria Da Camillo di Busche

Un bicchiere di storie

la vita di Fiorenza De Col nell'osteria Da Camillo di Busche

Sarà per la posizione strategica, per la giovialità dei gestori, per la fedeltà dei clienti più affezionati che l’osteria “Da Camillo” di Busche è stata per oltre un secolo e rimane tappa obbligata per chi transita tra Feltre e Santa Giustina.

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Frequentata al tempo in cui Aldo dei Cecchet, con cavallo e carretta, andava a Feltre per rifornirsi di sali e tabacchi. Alla stessa mescita si fermava ogni giorno il mercante di bestiame Primo Moro, da S. Giustina, uno dei pochi a quel tempo a possedere una vettura. Fin dal 1943, ricorda Andrea, l’attuale titolare, passava con la sua bici, verso Feltre, anche Chino da Salzan, che portava con sé il giovane Valerio; lui resterà un cliente affezionato, tanto da avere un parcheggio riservato. Se agli inizi della attività – e parliamo del 1890 – al bancone c’era Camillo (Giacometti Angelo, mancato nel 1954), toccò poi al figlio Remo con la moglie Olinda, e dopo di loro al nipote Italo, tener viva la licenza. Ma è della moglie di Italo che vogliamo parlare, della signora Fiorenza Da Col, nata a Tallandino di Mel nel 1937, che dal 1963 al 2016 si è occupata della locanda. Le è stata conferita dalla Confcommercio l’Aquila d’Oro per oltre quarant’anni di servizio.

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Il locale e la sua storia
Ai carri e cavalli si erano intanto sostituite le auto e gli autocarri (erano gli anni del boom economico), ma quell’angolo di Busche, sotto la salita San Gabriele, continuava ad esercitare il suo fascino. Accanto c’era un campo di bocce. Unito ai bottiglioni, alla macchina da caffè e al frigo dei gelati, era proprio questo ad attrarre, nei pomeriggi domenicali, gli abitanti di Pez e dintorni che si sfidavano a bocce facendo tardi. Erano soprattutto gli avventori di passaggio che trovavano comodo fermarsi per un sorso, uno scambio di battute o una telefonata, essendo il bar dotato di telefono pubblico. Fiorenza racconta che pure Leonardo Del Vecchio e Tina Anselmi entrarono lì per una telefonata. Con l’arrivo delle industrie, poi, quel locale, aperto da mattina presto fino a notte inoltrata, era comodo a tutti.

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I ricordi di Fiorenza
Entro nel bar e chiedo di Fiorenza. Le forze son venute meno, ma la sua mente è lucida e piena di ricordi. È sufficiente attraversare una porta per incontrarla! Dalla finestra lei controlla il via vai dei clienti, poi comincia a raccontare: «Sono nata in una famiglia di contadini e ho lavorato in campagna fino al matrimonio. Ho fatto dalla 1^ alla 4^ a Corte di Tallandino col maestro Bacolla, poi “sicome che no ere bauca” ho frequentato la 5^ a Lentiai con la maestra Gilda ottenendo ottimi voti. Ho incontrato Italo Tremea alla Sagra del Carmine e ci siamo sposati nel ‘59.

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Lui era dipendente della Merotto, che in quegli anni stava lavorando alla costruzione della Autostrada del Sole nel tratto Bologna-Firenze. Mi trasferii con mio marito a Incisa in Val d’Arno. Due anni dopo rientrammo: Italo fu occupato nella cava di ghiaia di Settimo Merotto ed io nel bar “Da Camillo” proprio di fronte agli impianti. Mi piaceva lavorare in quel bar con gli zii Remo e Olinda e finii col restarci per 53 anni.

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Il 26 dicembre ‘62 fu il primo giorno di servizio. Lo ricordo bene perché fui mandata in cantina, con l’acqua fredda, a lavare una sfilza di bottiglioni: mi presi un gran raffreddore. Quell’inverno nevicò molto, passarono più volte coi buoi e il fendineve, an varsor de legn, per liberare la strada. Un altro ricordo nitido è quello dei passaggi degli alpini del Feltre con i loro zaini in spalla, seguiti dai muli, che andavano al campo. Più tardi arrivarono anche i carristi e i carri armati sul Piave. Ho in mente i nomi di tutti i fornitori: Pellegrin da Meano portava il vino bianco, Faganello da Cornuda scaricava il vino rosso, Renato Panigas da Santa Giustina ci forniva i liquori. Ma più del caffè i nostri clienti amavano la prugna e la grappa. Proprio il periodo invernale, col rientro degli emigranti, era quello in cui si lavorava di più e si chiudeva più tardi del solito. Erano bei tempi quelli, che purtroppo non possiamo far tornare».

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