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Un arte per segnare il tempo

pezzi unici che raccontano di antichi saperi

Un arte per segnare il tempo

pezzi unici che raccontano di antichi saperi

Si dice “una volta” ma era solo cent’anni fa e quasi non esistevano le macchine. Allora gli strumenti di lavoro e gli attrezzi di uso quotidiano erano fatti a mano. Le mani; erano strumento forte, agile, veloce per costruire e plasmare utilizzando i vari elementi della natura: dalla pietra al ferro, dall’argilla alla paglia. Tutto veniva costruito in modo artigianale, non realizzato in serie. Una volta, cent’anni fa, le cose si facevano a mano e da quelle mani sapienti scaturivano oggetti preziosi ed unici.

Si chiamava Angelo Santel, faceva il fabbro ed era stato scelto come capo presso la centrale idroelettrica di Altanon. Era l’anno 1910. Non era una grande centrale, ma c’era sempre un mucchio di lavoro di manutenzione. Tutti i giorni bisognava ispezionare la condotta, controllare che gli ingranaggi e le turbine girassero senza attrito e quindi ingrassarli per bene. Ogni tanto c’era da sostituire un pezzo troppo logoro. Non veniva ordinato da chissà dove, semplicemente veniva forgiato nell’officina adiacente alla centrale. Le piattine di ferro arrivavano dalla stazione ferroviaria di Santa Giustina, trasportate da un carro trainato da cavalli; lì, nella forgia, venivano prima scaldate, poi trasformate nel pezzo necessario. Oh! Ma era un lavoro lungo, di giorni! Bisognava prima scaldare la fucina e portarla alla temperatura giusta per fondere il ferro, poi forgiarlo e batterlo sull’incudine per dargli la forma desiderata, e infine rifinirlo con la lima, con una precisione millimetrica.

I giorni trascorrevano sempre uguali, stagione dopo stagione: ispezione, ingrassatura, controllo, manutenzione. Due volte alla settimana, Angelo andava in paese a fare provviste, a Cergnai, poche centinaia di metri sopra alla centrale. La chiesa di Cergnai, che raccoglieva i fedeli in preghiera, aveva anche un campanile ma con una sola campana, perché il paese era povero, che era stata donata dallo Stato alla fine della Grande Guerra, dopo che gli austriaci l’avevano rubata per farne cannoni.
A quei tempi, in questa frazione di Santa Giustina, c’era una comunità numerosa riunita intorno alla sua chiesa, così come molti negozi: un panificio, due alimentari, tre osterie, e una frotta di ragazzini vocianti che si rincorrevano per le viuzze strette e ripide. Nel 1917 ci fu la grande invasione delle truppe e, di conseguenza, la grande fame, ma Angelo rimase al suo posto sempre a controllare la centrale.

Un giorno, vedendo tutti quegli scarti di ferro, buttati in un angolo dell’officina e lasciati lì ad arrugginire, pensò di utilizzarli per costruire uno strumento che potesse servire ai concittadini del suo paese natale: un grande orologio da posare sul campanile della frazione sospirolese di Oregne.

Ma da dove si comincia? Il bilanciere, la ruota di scappamento, gli ingranaggi, il pendolo… e poi quanti denti per ogni ingranaggio? Insomma, dovette mettersi a studiare matematica e geometria per calcolare le precise proporzioni tra un ingranaggio e l’altro. Ma Angelo era curioso e determinato e così, pezzo dopo pezzo, costruì l’orologio per il campanile di Oregne. Fu un lavoro lungo, di anni, trascorsi a martellare il ferro, limare, provare e riprovare gli ingranaggi. Ricorda il figlio Albino che il papà passava le notti in officina a provare la sua opera. E finalmente, nel 1931, con grande festa l’orologio fu installato al suo posto.
Visto il successo del primo orologio, anche gli abitanti di Cergnai, suoi compaesani, vollero un orologio tutto loro. Così, dopo molte insistenze, stuzzicandolo e pungolandolo anche pesantemente, riuscirono a strappargli la promessa di un orologio da installare nel campanile.

Finalmente, nel 1941, anche Cergnai ebbe il suo primo orologio, a segnare le ore del giorno e della notte, un rintocco ogni ora. Ci fu una grande festa, che i vecchi ricordano ancora. Venne nominato un campanaro che, mattina e sera, doveva caricare l’orologio, tutti i giorni, altrimenti questo si sarebbe fermato e con lui tutto il paese.
Albino era giovane e la sera scappava di casa per andare a ballare nelle sagre dei paesi vicini; quando tornava, il papà era ancora lì in officina a trafficare, provare e riprovare i suoi congegni. Albino, con in testa solo le ragazze da corteggiare, crebbe e, proprio in quella stessa officina, apprese tutti i segreti di quell’arte: martello, incudine, maglio, maglietta, lima e tanta pazienza. Era ovvio che ad un certo punto ci avrebbe provato anche lui a fare un orologio: non poteva essere da meno di suo padre! Ma il tempo passa, termina anche la seconda guerra mondiale, e padre e figlio sono ancora lì a fare la guardia alla vecchia centrale.

Nel frattempo, Albino incomincia ad armeggiare con gli stessi ingranaggi, ma vuole aggiungere qualcosa di suo: vuole che il suo orologio sia indipendente dalle mani dell’uomo, che ogni giorno deve caricare la corda per far muovere il pendolo. Allora, forte delle nuove scoperte, aggiunge un motore elettrico che, ad un determinato momento della giornata, carica l’orologio.

Albino costruirà altri orologi, più o meno grandi, per campanili e salotti. Oggi si è perso il conto di quanti sono, sparsi per il mondo; uno di questi è addirittura finito in Brasile. Certo, egli aveva imparato bene l’arte del papà ma, col trascorrere del tempo e il sopraggiungere delle novità (orologi al quarzo, elettronici, miniaturizzati), si stava perdendo tutta l’arte del “fatto a mano”. Oramai anche i campanili volevano nuovi strumenti, precisi, automatici: basta coi campanari che tirano le corde… tutto viene automatizzato, elettrificato, motorizzato.

Albino, ormai in pensione, si ritira nel paesino di Oregne, dove è nato suo padre. Ormai non più giovane, tuttavia, continua a frequentare le balere e le sagre paesane, visto che il ballo lo ha nel sangue! Durante una di queste serate, incontra Giovanni, anche lui ormai pensionato, anche lui appassionato di ballo.

Giovanni ha trascorso tutta la sua vita lavorativa in Svizzera. È partito ragazzino e ha fatto tutta la gavetta in una fabbrica metalmeccanica della Svizzera vicino a San Gallo. Sapeva fare poco, ma testardo, si mise a studiare. Di giorno lavoro, di notte studio. Alla fine prese il diploma di tecnico di officina. Era sempre disponibile, attento, preciso e in breve si fece ben volere dai suoi superiori. Sapeva usare macchine utensili complesse. Ogni nuovo strumento lo appassionava, rapidamente ne carpiva tutti i segreti.

Altri tempi! Ormai Giovanni si gode la sua pensione nella casetta costruita a Santa Giustina. Ma cosa c’entra Giovanni con gli orologi? «Ma perché non costruisci un bell’orologio, tu che sei un meccanico provetto?», gli chiese Albino quella sera alla balera. È una sfida! Giovanni non sa nulla di orologi e di ingranaggi, tentenna, ma alla fine l’entusiasmo di Albino lo conquista.
«Ti faccio io i calcoli per costruire gli ingranaggi», dice Albino, «ma a una condizione, non devi copiare gli orologi che ho fatto io. Devi fare un orologio che sia tuo».

E Giovanni si mette studiare gli appunti che gli passa Albino. È in pensione, ma la passione per il lavoro non gli è venuta meno. Inoltre si era portato dalla Svizzera i suoi strumenti di precisione, le sue frese. Ora non si usa più fucina, martello, incudine, ora si taglia il metallo con una precisione micrometrica. Una volta impostata la fresa, il lavoro più grosso è fatto!

Tre anni di lavoro e studio, ore e ore passate in officina a sperimentare soluzioni innovative per un orologio con gli ingranaggi di una volta. Giovanni usa tecniche carpite anche da meccanismi ultramoderni delle barche a vela da regata. Gli orologi meccanici, si sa, sono molto delicati: un piccolo scarto in un ingranaggio può provocare accelerazioni o ritardi di tempo anche consistenti. È necessario mantenerlo su un piano perfetto, a bolla, oliarlo regolarmente. È così sensibile che anche l’umidità o le variazioni di temperatura possono stararlo.

Tutte queste cose, Giovanni le ha imparate osservando i suoi orologi con metodo e costanza, quasi una meditazione quotidiana per giorni, settimane, mesi. Costruisce ben tre orologi. E sono lì che ancora segnano il tempo. Il tempo di una volta!

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