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Tornare ad abitare le montagne di mezzo

Tornare ad abitare le montagne di mezzo

Negli ultimi tempi la montagna sembra essere tornata di moda: l’avvio della strategia nazionale per le aree interne, i fondi di confine riconosciuti dopo il caso Sappada, la stessa pandemia (pur con gli esiti contrapposti di assembramenti estivi e deserti invernali per chiusura degli impianti) hanno acceso i riflettori su un mondo spesso considerato solo un’appendice territoriale per il tempo libero urbano. Ma ciò che è interessante osservare è quel che avviene lontano dai riflettori, che appunto “riflettono” il pensiero dominante, mentre è negli interstizi, nella penombra che si fa strada qualcosa di emergente e diverso, non allineato con il modello economico e culturale dominante.

Così, silenziosamente ma in maniera sempre più pervasiva, si comincia a guardare alla montagna con occhio diverso: i fenomeni di “ritorno” alla montagna sono esperienze sparute e isolate che ancora non fanno sistema, ma si contrappongono con decisione ad un assetto istituzionale e ad un modello economico incapaci di riconoscerne e valorizzarne la specificità; si smarcano da un approccio economicistico all’agricoltura improntato alla sola efficienza produttiva, alle politiche di accentramento e razionalizzazione che hanno contribuito ad atrofizzare i servizi nelle zone marginali (che marginali lo diventano proprio in base a questa logica accentratrice), al peso burocratico eccessivo per piccole realtà produttive. Privilegiano orari di lavoro flessibili, lo smart working, una produzione adattata all’andamento delle stagioni e del clima, rifiutano un’idea separata e specializzata di lavoro e tempo libero.

Per questi motivi tali fenomeni sono difficili da incasellare dentro la tradizionale compartimentazione per settori, categorie merceologiche, di settori produttivi: si è sempre parlato nelle Alpi di “economia primaria mista”, di “economia agro-silvo-pastorale” (sono almeno tre attività diverse), che porta sin dal livello individuale ad una articolazione complessa di competenze, l’homo alpinus come “centomestieri”. In questi movimenti la centralità non sta più nel lavoro, ma nell’abitare: si sceglie prima di tutto di vivere e di appartenere ad un luogo, e il lavoro ne diventa emanazione.
È per questo che tali traiettorie sfuggono alle classificazioni merceologiche o dei settori produttivi: si fanno carico di una polisemia che recupera un paesaggio culturale, una produzione artigianale sostenibile e di qualità, un luogo di vita gradevole, una riserva di biodiversità, un momento educativo e ricreativo. Alla zonizzazione e specializzazione funzionale di spazi e mansioni di matrice industriale si preferiscono formule diverse di produzione, integrata con esigenze di cura ambientale, solidarietà sociale, ospitalità diffusa.

Così l’agricoltura, da settore primario avente come unico scopo la produzione alimentare, ritorna ad avere il ruolo di cura ambientale, salvaguardia dell’equilibrio idrogeologico, realizzazione esistenziale, a supporto di tempo libero e attività ricreative; l’allevamento e la pastorizia tornano ad integrarsi con la gestione di prati e pascoli abbandonati, orientandosi verso una produzione lattiero-casearia di qualità; l’attività turistica torna ad integrarsi con la cura e la memoria storica di una montagna capillarmente addomesticata.

Tornare ad abitare la montagna non significa semplicemente riprendere possesso di un’abitazione, magari approfittando degli incentivi per la ristrutturazione. Il nuovo abitante alpino è un soggetto che riscopre l’antica mobilità, verticale e orizzontale, dentro e fuori dal perimetro della valle o della montagna, recuperando il tradizionale modello di abitante nomadico, politopico, che abita la montagna a tutte le quote altimetriche, riscoprendo la necessaria temporaneità della permanenza in quota, il suo radicamento e al tempo stesso il suo respiro verso l’esterno. È la nuova figura del “montanaro civico” capace di coniugare conoscenza locale e visione globale.

Pur con forti condizionamenti e limitazioni dovuti ad una inadeguata diffusione delle reti tecnologiche, è grazie alle innovazioni in campo informatico, energetico e delle telecomunicazioni se oggi si assiste ad una redistribuzione dell’insediamento, al recupero di sedi marginali, ad una dimensione aziendale ridotta ma capace di relazionarsi con mercati non solo locali. Le tecnologie ad alto impatto (estetico, energetico o ecologico), al servizio di modelli di sviluppo concentrato e del gigantismo produttivo, cedono il passo a soluzioni distribuite e di dimensioni ridotte, privilegiando ad esempio la multistagionalità, il ritorno al lavoro artigianale, a meccanizzazioni adattative. La valorizzazione della montagna passa così attraverso l’adozione di azioni che puntano sulla diversificazione, sulla rigenerazione, sulla contabilizzazione di servizi eco-sistemici e su transazioni non economiche che sempre più spesso prevedono scambi e baratti non monetari per sfuggire alla pesante burocrazia della contabilità.

Polifunzionalità dell’agricoltura, integrazione stagionale delle attività, pluriattività a scala individuale si sorreggono tuttavia solo se inserite all’interno di formule di autonomia solidale, in cui libertà e intraprendenza sono bilanciate da un abbattimento dei campanili, stimolando socievolezza e condivisione, autogestione e partecipazione.

Alle vecchie formule di gestione comunitativa degli istituti regolieri, trasmesse per diritto ereditario, oggi si affiancano modalità nuove di cooperazione digitale, co-working, di collaborazione ‘orizzontale’, attraverso alleanze e gruppi favoriti dalla rete e dai social network. Una orizzontalità di relazioni che si contrappone a relazioni verticali sempre più sclerotizzate che hanno caratterizzato la struttura amministrativa di apparati statali resi inefficienti da un carico burocratico eccessivo. Garantire un livello minimo di servizi amministrativi, sanitari, scolastici è possibile solo puntando sulla elasticità organizzativa e sulla cooperazione, riconfigurando quella centralità amministrativa alpina erosa quasi ovunque (eccezion fatta per le aree a statuto speciale) con la modernità.

La forza di queste nuove traiettorie si sostiene solo all’interno di un nuovo patto per la montagna che coinvolga i centri di potere politico-economico esterni alle Alpi. È dalla conversione del mondo urbano e da una sua diversa assunzione di responsabilità che può essere costruito un futuro diverso per la montagna. È questo il ruolo e il destino delle “montagne di mezzo”: non solo una categoria altimetrica, ma un luogo di mediazione tra significati, funzioni e scale territoriali diverse. Non un luogo di fuga dalla città (per ragioni climatiche, pandemiche o esistenziali), ma di rinascita di una nuova urbanità porosa ed estesa, capace di includere e accogliere al suo interno l’intero territorio con le sue specificità.

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