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Toni “Alba”

Storia di un'integrazione totale

Toni “Alba”

Storia di un'integrazione totale

Come facciamo presto a scordarci da dove veniamo! I nostri avi sono stati emigranti in ogni angolo del mondo, braccia per lavori umili e faticosi, subendo il disprezzo e l’emarginazione dei paesi che li ospitavano. Si sono integrati perché erano persone intelligenti, laboriose e oneste, con questi valori hanno conquistato la loro dignità. Ora che abbiamo raggiunto il pieno benessere, ci siamo sostituti in atteggiamenti negativi e di mentalità – per fortuna non dominante-, a quei paesi che cent’anni fa hanno accolto le nostre genti bisognose di pane. E questo non è certo un vanto. La storia si ripete adesso a casa nostra. Anila e Toni sono partiti con grandi rischi dall’Albania, ma ora sono cittadini italiani stimati e onorati.

PROFUGHI SUI GOMMONI
Era il 1996 quando Toni (Tation Perikliu) poco più che ventenne lascia la sua cittadina Elbasan, al centro dell’Albania, per scendere a Valona e sperare di arrivare in Italia al più presto. La rivoluzione di Sali Ram Berisha aveva portato un vento di speranza per il Paese delle Aquile. Le “Aquile” in quegli anni misero però le ali a molti albanesi che avevano puntato le loro speranze nella vicina Italia. Il primo tentativo di attraversare fallì. Ma due notti dopo, salito su un gommone spinto da due super motori, in meno di 45 minuti toccò la terra italica assieme ad altre venti persone a San Foca di Lecce. «Non avevo con me niente, non un vestito di ricambio, ovviamente nessun documento di identità e nemmeno un soldo, tanto i Lek albanesi in Italia non valevano niente. Avevo con me solo la speranza di una vita migliore». Ad aspettarlo in Italia c’erano già dei parenti; in quel viaggio Toni aveva accompagnato anche la moglie di suo cugino che era incinta. Una grande responsabilità!

CLANDESTINO NATURALIZZATO
Da clandestino iniziò a lavorare in campagna a raccogliere uva e olive e intanto apprendeva anche un po’ di italiano. Da bracciante a 5.000 lire all’ora, ben presto imparò a fare il muratore.
«Avevo iniziato a lavorare da manovale in un’abitazione in costruzione di un ex maresciallo dei carabinieri, quando, una notte alle 4, le forze dell’ordine entrarono dove dimoravo con altri quattro paesani; armi alla mano ci portarono in caserma. Mi hanno fatto il decreto di espulsione. Quando l’ex maresciallo venne a sapere dell’accaduto, mi ha assunto subito come collaboratore; in due settimane mi ha fatto avere il visto e poi in ambasciata ho ottenuto il permesso di soggiorno, perché avevo un lavoro!». L’incontro con il maresciallo gli cambiò la vita, perché con il permesso poté affittare una casa e ospitare la sua ragazza che stava arrivando.

PAGHI I SOLDI PER MORIRE
A Durazzo Toni aveva dei parenti. Durante quelle visite conobbe Anila Xhamani che faceva l’insegnante nelle scuole elementari in una multi-classe di 45 bimbi. «Avendo già un lavoro sicuro, potevo anche fermarmi, ma ho seguito il cuore e deciso di imbarcarmi. Era già passato più di un anno da quando Toni era arrivato in Italia. La situazione in Albania era davvero pericolosa. La guerra civile aveva diviso il paese in fazioni e bande. Io partii in un clima di estremo pericolo, assieme a un fratello e una sorella di Toni. Prima di lasciare Durazzo, mia mamma mi disse “Figlia, paghi i soldi per morire!» racconta Anila. Il rischio era tanto, perché nell’attraversata gli scafisti, oltre alle persone, caricavano sigarette per il contrabbando. «Eravamo braccati delle pattuglie, attraversare e arrivare indenni era un miracolo.
Quella notte di fine ottobre sbarcammo in trecento, ci buttarono in mare; chi sapeva nuotare sarebbe sopravvissuto. Bagnati, pieni di sabbia e di freddo abbiamo camminato per ore fino a una vecchia casa isolata dove, a seconda di chi ti aspettava, una organizzazione locale ti portava dai tuoi congiunti».

AMORE RITROVATO MA PENDOLARE
Agli inizi anche Anila ha iniziato a lavorare nei campi, poi in casa privata. In quell’anno ci fu una sanatoria e Anila ottenne il permesso di soggiorno. Durante la permanenza in Puglia, sotto il cielo italiano, nasce Wendy, la primogenita. Toni, grazie alle referenze che si era conquistato, aveva trovato delle opportunità di lavoro in provincia di Belluno, e per la seconda volta iniziò la vita di emigrante, ora dal Sud al Nord Italia. Pendolare da 1.200 km con il lavoro a Feltre e la famiglia in Puglia! Lontananza, sacrifici, lavoro, poi dopo un anno porta la famiglia a Santa Giustina.

FINALMENTE INDIPENDENZA
«Mi ha aiutato molto l’Ediltutto dandomi lavoro e fiducia e io piano piano sono riuscito a crearmi la mia indipendenza e un nome nel mondo dell’edilizia. Tutti ora mi conoscono per Toni Alba!». Toni, con accento albanese, parla dialetto bellunese per farsi capire meglio. Un paese nuovo, una casa per conto proprio, indipendenza sì, ma ancora “foresti in casa de foresti”. Anila un po’ fatica ad ambientarsi. A Lecce tutti sono in piazza a conversare, qui la gente è più riservata e taciturna. L’aiuta la frequentazione della bimba all’asilo delle suore, dove conosce altre mamme, nuove amiche. In un clima di ritrovata armonia la “cicogna” vola ancora e porta un’altra bambina dal nome epico di Eneida.

CITTADINI ITALIANI CON IL TRICOLORE NEL BALCONE
Entrambi lavorano, la banca dà fiducia, comprano e ristrutturano una casa. Dopo anni di residenza e con un lavoro in mano la famiglia Perikliu ha la completa cittadinanza italiana, conquistata con fatica e merito dall’anno scorso. «Toni, abbiamo visto che nel tuo balcone di case sventola il tricolore». «Si l’ho messo un anno fa all’inizio della pandemia per dirci “dai che ce la facciamo!». Un segno evidente della volontà di integrarsi, di sentirsi cittadini in tutto e per tutto.

INTELLIGENTE INTEGRAZIONE CULTURALE
«Ci sentiamo integrati – spiega Anila – all’inizio abbiamo voluto battezzare le due bambine, anche se io sono musulmana e Toni ortodosso, perché loro vivono qui e devono essere integrate nell’ambiente e nella cultura che le ospita». Poi, continua Anita: «Fin che ho potuto conciliare con il lavoro, ho collaborato con l’ambiente dell’Oratorio estivo parrocchiale e del Gros per facilitare la crescita di Wendy e di Eneida». «L’Albania – sottolinea Toni – è l’unico paese che permette il matrimonio tra musulmani e ortodossi, per noi aver dato il battesimo alle figlie è stata una scelta ovvia!».

Un segno straordinario di intelligenza, di lungimiranza, pensando al bene delle figlie che dovevano crescere senza ostacoli culturali nel paese che le vedrà protagoniste in vita. Una scelta etico-culturale, un insegnamento ecumenico di altissimo valore: il fine non è la religione, ma la religione deve essere il mezzo per raggiungere il fine.

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