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Teodora

storia di una levatrice dell’Ottocento

Teodora

storia di una levatrice dell’Ottocento

L’importanza della figura della levatrice è al centro del nuovo libro, edito da Biblioteca dell’immagine, di Licia Gallo Bona, dal titolo “Teodora – Storia di una levatrice dell’800”. L’autrice ha già pubblicato “La casa di mattoni rossi” (Dbs) che parla delle sue famiglie di origine, una del sud e una del nord Italia, e “Partire per l’Africa” con il marito Giorgio Bona sull’esperienza di quest’ultimo da bambino in Eritrea e sul drammatico ritorno in patria su una delle famose navi bianche della Croce Rossa. Ora, frutto di una lunga ricerca negli archivi parrocchiali dell’Alpago e nell’Archivio di stato di Belluno con l’aiuto della figlia Silvia, è stata realizzata questa nuova fatica; così la racconta l’autrice.

«Durante la ricerca negli archivi parrocchiali dell’Alpago per ricostruire l’albero genealogico della famiglia di mio marito, i Bona Dora di Fullin, mi sono imbattuta nella sua trisavola Teodora Zannon, nata a Pradebon di Pieve d’Alpago nel 1798, scoprendo che era stata una levatrice per più di cinquanta anni.

Ho ricostruito la storia di questa donna straordinaria, innamorandomi sempre più di lei. Avvalendomi dei documenti storici, ho ricostruito le vicende della sua vita. Consultando i testi che parlano della vita dell’Alpago nell’Ottocento, ho creato situazioni e personaggi. Alcuni sono realmente esistiti, come il parroco di Tambre don Valentino Gonano, altri sono di fantasia come Anzoleta, il piccolo angelo strappato alla morte.

Teodora fin da piccola vuole diventare una levatrice, come sua madre. Una sera di settembre incontra in un filò in una stalla Santo Bona Chinet di Fullin di Tambre. Per lui, che è solo e disperato per la perdita di tutta la sua famiglia, diventa un dono di Dio, come dice il suo nome e lo è in seguito per le donne che aiuta a mettere al mondo i bambini.

Va da un angolo all’altro del paese, ma anche in luoghi lontani ed impervi, come i villaggi cimbri sepolti nella neve nei terribili inverni del tempo dentro la foresta del Cansiglio. Ciò è testimoniato dall’Archivio Parrocchiale di Tambre. Lo fa anche quando ha partorito da poco o è incinta. Infatti lei e Santo hanno dieci figli, che con lei cambiano il soprannome, da Chinet a Dora dal diminutivo del suo nome e tali sono ancora ai giorni nostri.

Vivono fino alla morte, avvenuta in tarda età, nella grande casa a Fullin: casa che esiste ancora nell’alto paese circondato dai monti. Affrontano una terribile carestia, ricordata come l’an de la fan o l’anno senza sole.

Ho messo nel mio racconto parole e frasi in dialetto pagoto nel quale un bambino è un cèc e la neve el nef perché così mi sono uscite dalla penna. Nel libro ci sono fotografie del tempo molto belle: frutto anche loro di una lunga ricerca».

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