William Harold Tilman, detto Bill (1898-1977), è stata una figura eccezionale nella storia del ‘900. Fu molte cose: ufficiale inglese, esploratore, alpinista e partigiano. Una delle pagine più memorabili della sua vita la scrisse nel Bellunese tra il ‘44 e il ‘45, quando fu a capo di una missione che si mosse in tutta la provincia con il compito di coordinare i partigiani locali con le truppe alleate. Il suo impegno venne riconosciuto dal Comune di Belluno che nel maggio del ‘45 gli concesse la cittadinanza onoraria. Per ricordare questa storia e ripercorrere i passi di quella missione, nel marzo scorso ho realizzato un breve reportage uscito sul n°32 della rivista “Alvento – Italian cycling magazine”, di cui riporto un estratto.
Dopo essere atterrati a Pian di Granezza Tilman e i suoi avrebbero dovuto raggiungere la Divisione Nannetti sul Cansiglio, dove però in quei giorni era in atto un rastrellamento. Decisero quindi di cambiare programma e si unirono alla Brigata Gramsci sulle Vette Feltrine, a capo della quale c’era Paride Brunetti. Anche noi siamo diretti lassù. Arriviamo alla casera al buio, battendo traccia in mezzo metro di neve.
La mattina dopo nevica ancora. Le condizioni in montagna non sono buone, lo sapevamo ancora prima di partire, forse avremmo dovuto aspettare, la virtù cardinale della prudenza ecc. La traversata a piedi che avevamo in programma – salire da qui fino a Malga Pietena, dov’era il comando della Brigata Gramsci; e poi ancora più sù fino a Passo Pietena dove il 30 settembre del ‘44 il Comandante Bruno e Tilman videro il rastrellamento tedesco venirgli incontro come una marea nera, uno accanto all’altro, con il primo che impugnando l’unica mitragliatrice a disposizione disse, così la leggenda, “Facciamo vedere ai tedeschi come sanno battersi e morire i partigiani”.
Il secondo che rispose, sempre secondo la leggenda, “Meglio che gli facciate vedere come sanno salvarsi la pelle, i partigiani “; e poi magari dare un’occhiata alla parete nord del Monte Ramezza, dove Tilman rimase nascosto tre giorni sotto una tormenta di neve con altri quindici uomini aspettando che i tedeschi se ne andassero, e trovò poi il modo di portare in salvo tutti quanti, episodio raccontato da un bel libro di Marco Albino Ferrari, “Il sentiero degli eroi” – ebbene questa traversata, almeno stavolta, non si farà.
Ormai è pomeriggio e dobbiamo scendere verso la fine del nostro breve viaggio, che è poi dove si concluse anche l’avventura di Tilman da queste parti. Attraversiamo il Piave a Ponte nelle Alpi ed entriamo a Belluno per via Vittorio Veneto. La stessa strada che fece lui il 2 maggio 1945 quando, dopo che si furono arrese le ultime colonne tedesche, entrò tra i primi nella città che in quei mesi aveva visto tante volte da lontano.
Questo pezzo poteva anche finire così, non sarebbe stato un cattivo finale, con Piazza dei Martiri davanti agli occhi e una frase di Tilman sulla Resistenza nelle orecchie. Poi però abbiamo scelto di concederci una piccola deviazione, una specie di bonus, e questo pezzo e questo viaggio abbiamo deciso di andare a chiuderli da un’altra parte. Dalla piazza siamo scesi al Piave giusto davanti a Belluno, abbiamo appoggiato la bici e ci siamo concessi un rito che Tilman racconta spesso nei suoi libri con gioia bambinesca. Come quella volta che al termine della traversata dello Hielo Continental si spogliò nudo e si tuffò tra gli iceberg del Lago Argentino, in quella che ricordò come “una nuotata davvero indimenticabile”.
Quindi eccoci qua. Tutto attorno una corona di montagne innevate che assomigliano all’Himalaya. Al centro una città Medaglia d’oro per la Resistenza. E noi, in mezzo all’acqua di un fiume. Acqua che da qui va a finire nel mare e poi nell’oceano, lo stesso che Harold William Tilman, detto Bill, decise di sfidare per l’ultima volta per andare a festeggiare i suoi ottant’anni in cima alla vetta dell’isola di Smith, nell’arcipelago antartico. Non ci arrivò mai. Sparì con tutto l’equipaggio da qualche parte al largo delle Falkland, dove tutt’ora è sepolto, al termine di una vita incredibile. La vita più alvento che io conosca.