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Storie di alberi e di uomini

s’incontrano in mostra a Valmorel

Storie di alberi e di uomini

s’incontrano in mostra a Valmorel

IL NOCE
Ti te se ‘ndat cuc! quante volte se l’è sentito ripetere Gigio quando, dopo il matrimonio, è andato ad abitare a Valmorel con la sua sposa Gabriella, nella casa di lei. L’espressione sembra derivare dall’abitudine del cuculo di deporre il suo uovo nel nido di un altro, scacciando di malagrazia gli ovetti del malcapitato. Ma le “cuche” sono, in dialetto, anche le noci e sappiamo che un tempo si interrava un noce in prossimità della casa. Si narra che ogni padre di famiglia ne piantasse uno quando nasceva una figlia: esso, simbolo di fecondità e di buon auspicio, avrebbe costituito la dote, quando si sarebbe sposata. I noci regalavano alla famiglia i suoi preziosi frutti, ma avevano anche un profondo significato simbolico: avevano una proprietà difensiva dalla cattiva sorte o dal malocchio. Forniva ombra in estate, abbondanti foglie in autunno da usare come lettiera per il bestiame, e frutti da consumare durante l’inverno. Non dimentichiamo che il suo pregiato legname era molto ricercato.

Il ciliegio dei Bosch
Era piccolo Bepi quando il padre ha piantato il ciliegio che segnava il confine tra la sua proprietà e quella del vicino. Ora l’albero centenario innalza al cielo i suoi rami contorti. Ad ogni primavera tenere foglioline si mostrano timide e, dopo qualche mese, frutti rossi e turgidi si fanno cibo per le ghiandaie. Bepi sogna quelle ciliegie, mentre cammina nel freddo inverno russo e racconta della sua terra alla donna che lo accoglie al caldo della sua casa, nemico da sorreggere.
Si confida con il fratello Ruggero, mentre a piedi ritorna al suo paese per ritrovare quell’albero muto, ma pur loquace a raccontargli che nulla è cambiato.

Il grande faggio
Il respiro della primavera soffia impaziente fra le fronde dei faggi, porta il profumo dei germogli pronti a vedere la luce. Un balenio dorato scende tra i rami e sulle cortecce grigie lavate dalla pioggia. Un tappeto di foglie marcescenti rende leggero il passo e invita a stendersi per godere del riposo inatteso. Fra tutti si leva il faggio più maestoso che di notte si veste di silenzio e all’alba risuona di voli e di canzoni. Rinaldo l’ha detto alla figlia, in quell’estate del ’57, poco prima di morire: “Se esiste una vita nell’aldilà, io sarò qua”.

Il castagno di Degnona
Estate. Gli alberi del bosco formano i loro ricami di ombre sul prato, una virgola di cielo risplende nell’aria immobile. È l’ora della fienagione, un tappeto che odora di buono si stende sul declivio. Le donne con rastrelli leggeri, gli uomini con forche dal manico di pino giovane, accompagnati dagli schiamazzi dei bimbi, si avviano verso il lavoro. Fiore Degnona con la giacca sulle spalle si incammina per primo, si assicura che ognuno si assuma il proprio compito, poi sa che il grande castagno lo aspetta per donargli la sua ombra rinfrescante.

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31/07/2024

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