La Val Serpentina

La Valbelluna nel 1608

La Val Serpentina

La Valbelluna nel 1608
Valbelluna - val serpentina nel 1608

L’architetto Amelia Cassol, attenta osservatrice, appassionata della cultura e della nostra valle, in visita ad una mostra a Venezia, ha trovato degli interessanti disegni a colori della Val Belluna del tutto inediti, che potremmo chiamare mappe, datati 1608. Conoscendo il mio interesse e la mia curiosità, gentilmente me ne passò copia. Per farle conoscere a tanti appassionati della storia locale non poteva esserci strumento migliore che la rivista “Il Veses – Finestre sulla Valbelluna”.

Dentro una meravigliosa cornice di monti arrotondati, con valli e boschi sia a destra che a sinistra del Piave, spicca al centro del disegno una pianura dove, con lettere assai grandi, c’è la scritta “VAL SERPENTINA”, l’antico nome della vallata già indicato da tutti gli storici, i più antichi. Nome assai particolare dovuto al zigzagare del Piave o indicante un grande habitat per serpenti? Non è dato sapere, ma ropenderei per la prima dicitura.

Alla destra del Piave sono disegnati, con notevole risalto, il Colmeda, il Caorame, il Cordevole, il cui nome è scritto lungo il torrente, e la biforcazione del Biois e l’Ardo di Belluno.
In sinistra Piave si notano il torrente Rimonta, il Terche, il Limana e l’Ardo. Sulla destra dell’elaborato troviamo la scritta “Feltre”, la città turrita, e, su un alto monte sovrastante, il santuario di S. Vittore. Sulla piana poco più a monte del Cordevole, una torre al centro di una raggiera che si irradia su ogni angolo dell’intera valle e la scritta “tore e guardia del fuoco” con ai piedi un piccolo bacino d’acqua sul Piave. Poco più a monte anch’essa turrita “Cividal” ovvero oggi “città” di Belluno. Infatti, Mani Sanudo il giovane, un secolo prima – nei suoi attendibili diari, frutto della personale ispezione sulla situazione territoriale dei domini veneziani in terra ferma- per indicare l’impervietà della strada tra Feltre e Belluno scrisse “Se ti vol provar un caval va da Feltre a Cividal”. Tradotto: se il cavallo non è un buon cavallo, non arriva a Belluno.

Sempre analizzando il disegno-mappa, sulla sinistra del Piave si vede una pianura con un semi castello o un palazzo con la scritta “Cesana” e, proseguendo più a monte, un agglomerato urbano e la scritta “Mel”. Con l’uscita del fiume dai monti, passando a settentrione del Montello, sul disegno sono indicati qua e là degli agglomerati urbani e il Piave, dopo un’ampia ansa, arriva alla foce sull’Adriatico.

LA SECONDA MAPPA
Il secondo disegno-mappa del 1608 che vi presentiamo si riferisce all’area di Mel e del castello di Zumelle, tuttora in piedi.
È uno spaccato della valle del torrente Terche, con al centro il castello, mentre una carovana di animali da soma con i loro carichi scende verso il paese più a valle provenendo dalla strada che sale al passo di Praderadego. Sul versante opposto una lunga staccionata, che delimita la carreggiata in risalita verso Tiago, e – come dice il pezzo della didascalia – “un viandante a cavallo osserva il paesaggio montano, una rocca domina la vallata solcata dalla via maestra su cui affaccia un villaggio, animali selvatici si muovono qua e là…”.

Come spiega una guida turistica dell’assessorato al turismo del comune di Mel, ora proprietario del castello, “Zumelle si erge sulla vetta di una altura a strapiombo sul torrente Terche. Unico castello del bellunese, ha origini che si perdono nella notte dei tempi”.

Per la parte storica, ricordiamo che, una volta insediatasi anche nel bellunese, la Serenissima Repubblica di Venezia nella seconda metà del 1400 – essendo il nostro territorio terra di confine con gli imperi austro-ungarici – onde evitare tradimenti da parte dei signorotti locali, alcuni dei quali avevano al soldo dei mini eserciti, li obbligò ad abitare entro le mura delle città di Feltre e Belluno (quindi controllati) e ordinò la distruzione di tutti i castelli del territorio, come illustrato in diversi libri di storia locale. Da tale destino si salvò il castello di Zumelle, non trovandosi in posizione militarmente strategica, senza un contado che ne garantisse una vita economicamente autonoma e, di volta in volta, di proprietà di signorotti trevigiani non certo simpatizzanti per re e imperatori nordici.

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