Come fuggire a 6 anni

dai bombardamenti di Milano del 1943

Siamo in una fase di svolta della seconda guerra mondiale e l’Italia, Milano in particolare, è presa di mira dai bombardamenti alleati. A Milano, tra i tanti bellunesi ivi residenti per ragioni di lavoro, c’è anche la famiglia di Enrico Bortolin, il cui padre Gregorio era emigrato dal Bet sotto Salzan di Santa Giustina. I bombardamenti in quell’estate del 1943 erano scanditi ad ondate regolari e le bombe cadevano a grappoli ovunque e non solo su particolari obiettivi militari. Il pericolo di venire colpiti era costante.

Scrive Enrico: “I terrificanti bombardamenti su Milano perpetrati dai cosiddetti alleati. Era l’agosto del 1943: in quattro incursioni ben 1040 Lancaster, i bombardieri inglesi, hanno distrutto o lesionato il 50% degli edifici della città e causato centinaia di morti e dispersi dilaniati sotto le macerie.
Ogni attacco durava in media due ore, e prova a immaginare il terrore negli occhi di quelle persone stipate nei rifugi ricavati nelle cantine dei palazzi, mentre sopra le loro teste volava la morte.
Io con i miei amici – avevo sei anni – da incoscienti giocavamo a rincorrerci ignorando i boati delle bombe dirompenti da 500 kg che facevano tremare le travi collocate a precario sostegno dei soffitti, e indifferenti alle raffiche ritmate della batteria contraerea piazzata su un palazzo confinante.
Ore di ansia per gli adulti; un’ansia alimentata dagli scoppi degli ordigni che cadevano a due passi da noi se consideri che un edificio su due della città era stato colpito.
Se non era la nostra casa a bruciare (una palazzina del mio cortile era stata distrutta), sicuramente era toccato a quella di un parente o di un amico sul lato a fronte della medesima via”.
A Salzan viveva ancora la nonna di Enrico dove poter mandare lui e suo fratello di due anni più vecchio, lontani dalla città. Ma come? Visto che le linee ferroviarie erano interrotte dai bombardamenti e non c’erano collegamenti con autocorriere.
Il signor Guglielmo Bortolin era amico del compaesano Antonio Cassol che faceva l’autotrasportatore tra Cortina, Belluno, Santa Giustina, Milano e viceversa.
E così “con mio fratello fui affidato a Toni Cassol e con lui ho fatto un viaggio avventuroso di notte per evitare le incursioni dei caccia inglesi che, a volo radente, mitragliavano qualsiasi cosa in movimento, mezzi o persone. Ricordo alcuni momenti particolari di quel viaggio.
Per prima cosa la fermata sul greto del torrente Astico (il ponte era stato bombardato e distrutto), adiacente a Dueville, dove sulla riva destra fa ancora bella mostra di sé la monumentale ottocentesca fornace che ho rivisto questa estate passando di lì.
Nella sosta forzata effettuata su quell’argine Toni era salito sul predellino di destra, e una volta raggiunta la sommità di un grosso cilindro di metallo, ancorato alla cabina di guida, si era prodigato per ravvivare, con una lunga pertica di ferro, le “bronze” del fornello della caldaia ove ardeva la carbonella impiegata per generare la forza motrice indispensabile per far camminare l’autocarro.
Che tempi! Ci voleva un bel coraggio a svolgere l’attività di spedizioniere in tempo di guerra. Il rischio era gravissimo, e anche i più timidi dovevano diventare ardimentosi.
Una volta arrivati a Bassano, Toni aveva virato verso Quero per risalire il Piave fino a Feltre lungo il percorso piano che consentiva di evitare le impervie Scale di Primolano, improponibile itinerario per un camion alimentato a carbonella”.
Vista la totale assenza sia di benzina che di gasolio, i motori dei mezzi di autotrasporto erano alimentati da legna o carbonella.
“L’autocarro in oggetto – come spiega Pietro Minella, tra i primi collaboratori degli Autotrasporti Cassol – è passato alla storia con il nome di “timonela” ma anche “carbonela”. Per accendere il combustibile, legna o carbonella che fosse, ci voleva un sacco di tempo girando costantemente una manovella che faceva da ventilatore sulle brace iniziali.”
E così il nostro Enrico frequentò la seconda elementare a Santa Giustina con la mai dimenticata maestra Danieli. Ma non fu quello il suo unico e ultimo viaggio con i camion della ditta Cassol perché, a fine estate del 1954, ogni sabato saliva a Santa Giustina per giocare nel campionato provinciale di calcio con la Plavis. Ma questa è un’altra storia.

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