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Storia di un’alabarda

raffigurata nella chiesa di Frontin

Storia di un’alabarda

raffigurata nella chiesa di Frontin

Entrando nella chiesetta di San Tiziano a Frontin, e osservando l’affresco posto sulla parete di sinistra, dedicato proprio al santo cui l’edificio è dedicato, si nota una barca destinata al trasporto delle sue spoglie. Accanto è raffigurato un soldato con una elegante lancia provvista di alabarda a due tagli. Un nostro collaboratore, Guido Tamburlini, ci ha trasmesso un interessante studio sull’arma raffigurata e sul suo utilizzo nelle guerre italiche degli inizi del 500. L’approfondimento storicizza il dipinto e testimonia le competenze del suo autore. Per molti lettori quanto andiamo raccontando sarà pura curiosità, per gli appassionati invece un motivo in più per visitare questa e le altre interessanti chiesette della zona.

I teorici militari della fine del Quattrocento – dice la nota – si scervellarono a lungo per portare a soluzione un grave problema degli eserciti dell’epoca, cioè quello di fermare l’avanzata della cavalleria nemica che, con le sue cariche tremende, sovrastava le fanterie. Si tentò di superare l’empasse con l’aumento a dismisura dei combattenti a piedi per frenare, anche a costo di grandi perdite, la carica dei cavalieri.
L’ideale a quel punto sarebbe stato usufruire dei lunghi archi inglesi che, con una robusta freccia munita di punta, trapassavano corazza, cavallo e cavaliere e salvavano il fante. Ma tali strumenti non si reperivano sul continente e occorrevano braccia muscolose per scoccarle. Il problema si risolse più tardi quando, reclutando dei mercenari sulle montagne elvetiche, questi si presentarono muniti di lunghe lance, simili per l’appunto a quella rappresentata nella chiesetta. Con tale armamento le fanterie svizzere – che portavano nelle sommità delle aste una doppia combinazione di picca e scure – grazie anche al loro coraggio nell’affrontare i cavalieri, riuscirono ad equilibrare il peso dei reparti nei singoli combattimenti.
L’alabarda presente nel dipinto, con lancia e mannaia affiancate, era un’arma conosciuta non solo dai mercenari, ma anche dal contado. Entrambi gli utensili erano in uso tra i popoli di montagna e divennero emblema del boscaiolo.

Ancora oggi, richiamati dai cantoni cattolici svizzeri, i discendenti di quei soldati fanno buona guardia all’interno del Vaticano, nelle loro colorate uniformi disegnate da Michelangelo. Al cavaliere che, superato l’urto delle lance, riusciva a restare in sella, bisognava provvedere in altro modo riuscendo a disarcionarlo. Fu così che alle scuri furono aggiunti dei rampini (se ne ha notizia dal 1481). Rampone e rampino erano strumenti altrettanto noti ai lavoratori dei nostri boschi e anche all’autore del dipinto di Frontin che se ne intendeva di pittura e di armi.

In quegli anni di continui passaggi di truppe armate sulle strade del Patriarcato si creò quella simbiosi tra produttori locali ed armigeri in transito che diede origine da un lato alle spade feltrine e dall’altro lato a queste straordinarie alabarde, definite “spiedi furlani”, data la loro origine. Furono in seguito soppiantate da quelle realizzate a Bologna, dette gli “spiedi bolognesi”. “Di quali armi da diffesa ci valiamo all’età nostra. Varie a’ giorni miei forme de spiedi sono apparute, che spiedo furlano si chiamavan. Questo nome havea anche spiedo da porci, posciaché gli huomini nelle cacce selvatiche lo usarno. Era di ferro lungo, alla misura quasi di spada, due orecchie nel ferir di verso l’asta havea, che punte a mezzocerchio voltate al centro teneano, l’asta curta, e gregia, per tanto più agevolmente poterlo operare” (Leonardi, Del cavaliere in duello, 1559).

Un buon motivo per effettuare una visita da queste parti incontrando anche questa chiesetta, una delle chiese cosiddette “minori”, che riservano comunque ai visitatori gradite e inaspettate sorprese.

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