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Stasera tutti da Nando!

Stasera tutti da Nando!

Mi porto le mani a coppa davanti alla bocca e vi alito dentro. Sono gelate, rosse, congestionate. Anche la punta del naso beneficia di quell’attimo di tepore talmente effimero da sembrare quasi solo un’illusione. Saltello qua e là come una scimmia, nel vano tentativo di scaldarmi.

“Ma dai Mario, uno come te che sente freddo?”. Arturo, gli occhi vispi che spuntano sotto il berretto di lana, non si lascia sfuggire l’occasione per prendermi in giro. Anche quest’anno la neve è caduta copiosa, un metro e mezzo abbondante, a detta di nonno Onorato che come unità di misura è solito usare il suo bastone da passeggio. Pinin e i suoi cavalli, fiaccati dal vomere, hanno stentato parecchio a liberare le strade del paese quel tanto che basta a far circolare le persone. Dopo il loro passaggio e una notte particolarmente serena, la neve rimasta sulla strada è compatta al punto giusto, perfetta, invitante.

Osservo il percorso fin dove questo si perde tra gli alberi, trecento metri più sotto. Senza rendermene conto, oscillo il corpo seguendo le curve e i dossi, calcolo tempi e movimenti, azione e reazione. Una mano mi artiglia improvvisa la spalla. Sobbalzo per lo spavento: “Dai che stavolta ce la facciamo!”

Io e Bruno ci conosciamo da sempre, ci capiamo al volo, siamo un equipaggio collaudato. È stato suo fratello Amerigo ad avvisarci, a dirci il luogo e l’ora dell’evento stamattina dopo la messa. “Ci saranno tutti!”- ha tenuto a puntualizzare, e quelle parole erano bastate a farci capire che sarebbe stata una sfida ardua.

Giù a valle, cinquecento metri in linea d’aria da lì, è tutto pronto. Stavolta è toccato a Sandro mettere del suo o, per meglio dire, della sua famiglia. “Bello grosso!” aveva detto facendo un segno esagerato con le mani. “E vispo!”- aveva aggiunto ridendo sotto i baffi oramai evidenti che gli ornavano il labbro superiore.
L’eccitazione salita di pari passo col sole nel cielo, ha oramai raggiunto il culmine. Per stabilire l’ordine di partenza, i sette guidatori si riuniscono attorno alla Delia, la figlia del casaro, che tiene nella mano destra sette bastoncini. Pesca per primo Sandro. Poi Tita, Bruno, “Marchino”, Sante, Amerigo ed infine Bastianin. Tita caccia una bestemmia, di quelle che Don Saverio gli darebbe di sicuro dieci Pater e dieci Avegloria e getta il bastoncino in mezzo alla neve.

Il suo compagno di squadra, Marco detto “Marcone” per distinguerlo dall’altro Marco detto “Marchino”, scuote la testa con disappunto. A me e Bruno è andata abbastanza bene, partiamo per quinti, con un po’ di fortuna la vittoria potrebbe essere nostra.

Delia e Fedele, il fratello piccolo di Sandro, cominciano a scendere a valle affondando nella neve fresca. Si tengono a lato della strada per non rovinare la pista. La ragazzina cerca di aiutare il piccolo, zoppo fin dalla nascita per via di un’errata manovra della levatrice, tenendolo per mano. Quando lo lascia, circa a metà strada, un puntino rosso in mezzo al bianco, sembra sia trascorsa un’eternità. Per recuperare tempo, la vediamo saltellare come un capriolo, tenendosi le gonne con una mano, sollevando polvere di neve che brilla nell’aria prima di ritornare a terra. La osserviamo fino a quando non scompare oltre la china. Una volta giunta a destinazione, fa il segnale convenuto, un gesto che solo Fedele può vedere da dove sta.
Quindi questi, lo ripete per noi su in alto. Tita sta davanti, i talloni piantati nella neve, in attesa che Marcone, dietro, si sistemi nella posizione migliore. Sanno di avere poche possibilità, partire per primi è una sfortuna e prima di sollevare le gambe e lasciare che la slitta acquisti velocità lungo i primi ripidi metri, Tita si prodiga in una serie di parolacce da far rabbrividire uno scaricatore di porto. Lo vedo mettere il piede destro a terra un po’ in ritardo e rischiare di finire contro il muretto di sassi alla prima curva. Recupera abilmente, da bravo pilota qual è, e in breve lui e il compagno spariscono alla vista. Trascorrono alcuni minuti di silenzio assoluto. Poi la voce argentina di Fedele fende l’aria tersa accompagnata dallo sventolio del braccio: “Noooo! Nienteeee!”

Bene! “Me lo vado a riprendere!”- sentenzia Sandro appoggiando il grosso sedere sulle assicelle di legno. Il suo compagno è Sergio il figlio della sarta, che si accomoda dietro aggrappato al collo taurino dell’amico, negli occhi una determinazione che non gli ho mai visto. Non partono benissimo. Marchino fa un gestaccio nella loro direzione, già convinto dell’esito negativo della discesa.

Quando il “Niente!” di Fedele dà a intendere che la sfida è ancora aperta, Marchino solleva le spalle con l’aria di chi la sa lunga e quindi fa segno ad Amerigo e Piero di accomodarsi al posto di partenza. Né loro, né Sante con Nanni riescono nell’impresa. Bruno mi strizza l’occhiolino. Lui è l’ultimo di sette fratelli e non ha mai conosciuto suo padre, morto nei boschi mentre tagliava legna quando la madre era incinta. Forse è per questo che ha quell’aria perennemente malinconica dipinta sul viso, sembra triste anche quando ride. Adesso è concentrato al massimo, le mani arrossate stringono saldamente i legni della mussa, le gambe magre spuntano dai pantaloni di fustagno lisi sulle ginocchia.

Mi siedo dietro di lui, mi aggrappo alle sue spalle, mi avvicino al suo orecchio. “Ce la possiamo fare”- gli sussurro – “Vai!” Le dalmede si sollevano dal terreno, Bruno da delle piccole spinte col corpo. Non ci vuole molto perché la slitta acquisti velocità, l’aria fredda incide la pelle del viso, gli occhi lacrimano rendendo il paesaggio che sfila intono un caleidoscopio di forme indistinte.

La nostra discesa è pulita, l’unico rumore che sento è quello della neve sotto i pattini e il battito accelerato del mio cuore. Scorgo a malapena Fedele che ci saluta agitando le mani, mi trovo a pensare assurdamente alla sua gamba storta, alla sua voglia di emularci. Poi mi preparo mentalmente, ripasso le mosse, calcolo i tempi.

Cinquantapercento tecnica, cinquantapercento fortuna. “Adesso!” – grida Bruno, ma già lo so, già ho scorto il piccolo cumulo di neve riportata, le forme indistinte della gente venuta a guardare, la corda tesa tra il vecchio castagno e il larice dai rami carichi di neve. E il premio da afferrare. Sembra immobile, sembra morto, ma so che non è così. So che la stupida bestia tenterà di ribellarsi al suo destino. Sollevo il sedere dalla slitta, una mano sempre sulla spalla del mio amico, l’altro braccio teso verso l’alto, con indice e medio a forcella.

Azione e reazione, spazio e tempo. Calcolo e casualità. Mi alzo nel momento esatto del volo, in quel brevissimo lasso di tempo in cui il trampolino improvvisato ci fa stare sospesi fra terra e aria. Aggiusto la mira, per una frazione di secondo sento le piume calde solleticarmi la pelle. Grido e il mio urlo si spegne nella neve fresca dove ruzzolo malamente, mentre Bruno, i talloni piantati a terra per frenare la corsa, si volta indietro speranzoso.

Il gallo è ancora appeso al suo posto. Emette dei deboli “Cooo, Cooo”, fissando il mondo alla rovescia con i suoi occhietti neri, pensando forse a cosa può aver fatto di male per meritarsi tutto ciò, stremato dallo sforzo di sollevare il collo prima che questo gli venga arpionato da un perfido ragazzo a cavallo di una slitta.

Mi risollevo tra gli sberleffi degli altri, mi scrollo la neve di dosso. Ester, la mia sorellina, mi corre incontro gridando il mio nome. La prendo in braccio e la sollevo in aria, facendola ridere. “Stupida bestia”- bofonchia Bruno affiancandomi. “Mica poi tanto”- penso, poi mi giro in attesa di vedere se Tita e Giacomo riusciranno dove noi abbiamo fallito. Sono un po’ deluso ma non ha importanza, tanto stasera col gallo faremo tutti quanti marenda all’osteria di Nando e già ho l’acquolina in bocca al solo pensiero.

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