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Sgnapa con regolare licenza

i tre distillatori a Menin di Cesio

Sgnapa con regolare licenza

i tre distillatori a Menin di Cesio

Quando la coltivazione della vite da parte di ogni famiglia, per produrre per sé o per vendere il vino di casa, era diffusa in tutto il Feltrino, in particolare a Fonzaso e ad Arsiè, come succedeva per l’altrettanto storico maiale (porthel), non si sprercava niente: dopo la torchiatura della vite per ricavare il vin “Pithol” da utilizzare durante la fienagione (poco alcol e dissettante) restavano le vinacce… che farne? Ovviamente la “sgnapa” detta da troi, quella in maggioranza fatta a casa, col buio, di nascosco perché erano in agguato “dazier e finanze”. Ma vi era anche chi, con regolare licenza e adeguati controlli, ne fece un mestiere, che serviva al sostentamento della famiglia. Un’attività, oggi scomparsa, che si è fatta valere dagli inizi fino alla seconda metà del Novecento.

Distillatori di Menin
Siamo in comune di Cesiomaggiore, nella bella ridente frazione di Menin, ove naccque il papà di uno dei più grandi giornalisti italiani viventi, Ferruccio De Bortoli. In questa zona vocata da sempre a viticoltura e ottima per i frutteti, vi erano tre distillatori di grappa dotati di regolare licenza: i D’Agostini, Vetor Maoret e Gino Maoret. La materia prima cioè le vinacce erano diffuse e disponibili, e ai conferitori veniva data in cambio qualche bottiglia di grappa, di quella regolare.

Col di Cimia, distillatori DEL ceppo Maoret
Ci racconta Rosa Delfina Argenta, classe 1933, nata in Val Canzoi e trasferitasi a Menin nel 1956 col marito Luciano Maoret, deceduto sei anni oro sono, che acquistarono terreni sul colle detto di Cimia (qualcuno lo chiama di Scimia) di proprietà dei nobili Cumano. Ricorda che a cominciare l’attività di distillatore fu Giovanni Maoret, nato alla fine del 1800, a seguire il figlio Biagio, deceduto a 92 anni. La famiglia aveva regolare licenza di distillazione di vinacce proprie o conferite persino da Umin, Festisei, Vignui e in gran parte da Altin ove erano coloni le famiglie Bof, De Boni e D’Incà. Il castaldo veniva a cavallo con carozzella a controllare e ritirare le damigianette e bottiglie di ottima grappa. Il trasporto delle vinacce avveniva con carretto e buoi anche da Umin (Rosa ricorda i f.lli D’Incà Albino, Dario, Piero ed Emilio), poi con i primi trattori.

Cimeli e documenti
In un angolo della cantina ci sono ancora il grande forno in mattoni refrattari ove veniva posta la caliera e vari strumenti di misura; insomma un vero patrimonio storico che sarebbe utile restaurare ed esporre a memoria di quando la grappa veniva amorevolmente prodotta. Il primo distillato chiamato “gredo” usciva a 20 gradi circa, poi avveniva la “refina” cioè la raffinazione portando la grappa a 50°, tagliando la testa e la coda ed eliminando l’alcol metilico. Il figlio Gino Maoret, classe 1957, e la moglie Mecedes conservano con cura tutta la documentazione attestante l’attività compresi registri, autorizzazioni, licenze, timbri dell’Utif di Venezia e Treviso, ricevute dell’imposta di fabbricazione, le grosse tine e l’alambicco.

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