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Sentinelle che vigilano

C’è chi protegge l’ecosistema dall’uomo…

Sentinelle che vigilano

C’è chi protegge l’ecosistema dall’uomo…

I lettori avranno forse sentito parlare del “Metodo Stanislavskij”. È un metodo di formazione teatrale del 900 e, semplificando al massimo, postula che un attore per recitare in maniera credibile e non meccanica deve legare le emozioni del testo che interpreta al proprio vissuto. Per capire cosa prova Romeo devi essere stato innamorato, se devi interpretare Shylock devi almeno essere stato in una bottega, insomma. Io che per “Il Veses” volevo parlare un po’ del rapporto uomo/natura ho cercato uno studioso appassionato di ambiente e di animali , il quale mi ha proposto una passeggiata in un’area protetta delle nostre zone. Guardarsi intorno con attenzione e respirare devono essergli parsi un buon punto di partenza.

Intanto ho scoperto che ci sono professionisti ed appassionati che raccolgono dati e studiano la fauna del nostro territorio (specie, numero, habitat frequentati) e, per quanto possibile, ne seguono gli spostamenti. Sanno come trovare un determinato animale, magari difficile da vedere, e riconoscere alcuni indizi che ne rivelano la presenza. Anche animali localmente estinti e ora ricomparsi nel nostro territorio come la lontra, la puzzola o il gatto selvatico.

E sanno che in una pozza di acqua stagnante, in una qualsiasi delle grave intorno al Piave, ci sono anche sei specie di anfibi e da 10 a 30 individui. Così li chiamano, gli studiosi, gli animali. Individui, come per le persone. Perché, come mi racconta la mia guida, l’uomo è evidentemente solo una delle tantissime specie che popolano il pianeta: quella più pericolosa perché invasiva e pervasiva. Quella che ha letteralmente asfaltato interi ecosistemi e che subordina la salvaguardia dell’ambiente alle sue esigenze sempre e comunque.

La perdita di habitat è un’emergenza in tutto il pianeta: in alcuni casi lo è già qui in questo piccolo paradiso che è la Val Belluna, immaginiamoci in città dove neanche c’è spazio per i bambini; figurarsi per un capriolo o una rana, che va a 1 km all’ora ed è destinata a spiaccicarsi sull’asfalto, come ci hanno raccontato i volontari del Gruppo Salvanfibi Molinello nel numero di maggio 2023.

A questo punto, nonostante l’empatia che mi sforzo di provare per gli abitanti dell’acqua fangosa della pozza sul Piave, non posso fare a meno di chiedermi e di chiedere a cosa servono le rane e i tritoni che da quei girini si svilupperanno.

La mia guida mi guarda e sorride. Non lo dice, ma io capisco che la domanda che dovrei farmi è: «E io a cosa servo?». In fin dei conti dal punto di vista biologico non sono diversa da una rana: vivo in un habitat che non mi sono scelta ma che mi accoglie, consumo acqua, ossigeno e risorse, senza che mi paia di dare granché in cambio. Eppure io e la rana facciamo parte di un ecosistema che interagisce con altri ecosistemi e insieme stiamo su questa Terra. Se un’ape ronza su un fiore io neanche me ne accorgo, ma, se le api e gli altri insetti impollinatori mancassero, la produzione di frutta e verdura calerebbe drasticamente. E allora apriti cielo.

È questa visione antropocentrica che deve farci riflettere: pensare che un animale, una pianta, un ambiente sia utile soltanto se è utile all’uomo. Tagliare alberi e urbanizzare per far spazio a capannoni e autostrade, per produrre e spostarsi velocemente, a volte diventa prioritario rispetto a proteggere un capriolo, una rana, un falchetto che tra quegli alberi abitano. Ma capannoni e autostrade non assorbono anidride carbonica come gli alberi, mentre le attività umane producono gas serra e polveri sottili che innalzano le temperature e inquinano l’aria, il suolo e l’acqua. L’acqua dove vivono girini e i tritoni della nostra pozza sul Piave, che mica possono farci niente se noi stiamo distruggendo l’ecosistema dove vivono e hanno sempre vissuto.

Loro no, ma noi sì. I faunisti, assieme a guardie forestali, agronomi, e a moltissimi appassionati tengono d’occhio il mondo che ci circonda e cercano di capire come aiutarlo a sopravvivere all’uomo. Sono sentinelle che vigilano, in un certo senso.

Mentre passeggiamo per i sentieri fangosi che costeggiano il fiume ha appena smesso di piovere e c’è un colore che par di sentirlo. Il bosco parla: gocce che scivolano sull’erba, uccelli che si chiamano, tracce di caprioli e di animali intorno, qualche fiore giallo sulla riva.

Gabriele si ferma e mi dice di guardare. Da quella parte a volte ci sono i rapaci che passano. Stavolta non vedo nessun falco, ma me lo immagino, maestoso e agile sul ramo più alto. Metodo Stanislavskj: guarda, immagina, respira.

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