Credo che a tutti sia capitato di fantasticare intorno ad un viaggio a ritroso nel tempo, al trovarci proiettati in un’era passata che ha destato il nostro interesse e stimolato in modo particolare la nostra fantasia. Protagonista è il paesaggio, o, meglio, i paesaggi.
Il paesaggio vegetale
Il proliferare spontaneo del bosco è purtroppo segno di incuria, di mancata manutenzione del territorio, di abbandono della montagna. I nostri predecessori, provvidi custodi del territorio, abituati a contendere alla natura anche il più recondito e ingrato fazzoletto di terra, sarebbero molto amareggiati nel vedere tutto ciò. Basti pensare alle sòrt ovvero allo sfalcio sulle sorti segative, governate da norme, statuti e consuetudini locali (beni comuni). Le sòrt sono spazi erbosi tra le rocce, luoghi scoscesi e accidentati, difficili da raggiungere e da sfruttare.
Per secoli la gente dei villaggi montani ha frequentato quelle coste, quei crép, falciando la poca erba che vi cresceva. Per andare su quelle crode servivano scarpe robuste, come le dàlmede (galòzhe) coi ciàlt, ci si muoveva anche a piedi nudi. Le cadute non erano infrequenti; nel periodo che va dalla metà del Settecento alla fine dell’Ottocento, sui soli monti Grave e San Mauro sopra Feltre, i registri parrocchiali ci raccontano di ventitré morti per caduta, del numero di infortuni e della loro entità non si hanno notizie. Non a caso, Antonio Tatto, in una sua ricerca, parla di agricoltura eroica. Lo sfalcio sulle sòrt era una necessità, il foraggio raccolto in paese non bastava infatti a soddisfare le esigenze dei pur pochi animali presenti in stalla.
Il paesaggio immobiliare e urbano
Una volta dominava la campagna, ora ci sono case, belle e comode un po’ dappertutto, testimonianza di un raggiunto benessere inimmaginabile per i nostri antenati che hanno conosciuto la pellagra. Eppure, molti elementi architettonici caratteristici sono scomparsi: fontane e lavatoi, pioi e ritonde, corti e portali di accesso, testimonianza viva della civiltà contadina di cui siamo figli, sembrano essere stati dimenticati. Oggi si vive certamente meglio e nessuno, penso, voglia tornare indietro, memore delle ristrettezze che hanno caratterizzato quei tempi. Attualmente, dopo tanti interventi miopi e scriteriati, sembrano esserci più attenzione e più rispetto per queste antiche vestigia che parlano di storia, storia semplice, storia minore se vogliamo, ma storia nostra.
Il paesaggio economico-sociale
Da coloni a operai. Dall’agricoltura fonte primaria di sostentamento, spesso integrata dall’emigrazione, all’industrializzazione che ha permesso di riporre forca e valigia. Ne ha guadagnato il tenore di vita a scapito del territorio. Molte colture sono state abbandonate, sono scomparsi i campi di grano e con essi lo sferragliare della trebbia, sono diminuiti se non del tutto scomparsi i muggiti nelle stalle, i pigolii nelle aie, gli strilli nelle culle, la televisione ha pensionato il filò. Un’emorragia che pare inarrestabile ha spinto gli abitanti delle terre alte verso valle o verso i grossi centri urbani, anche se si avvertono timidi segnali di ritorno. Siamo, come scrive l’antropologo Vito Teti, di fronte a schegge di una realtà esplosa, e allora cosa farne di quel che rimane? Prendersene cura o lasciar cadere tutto nell’oblio? È possibile e ha senso dare forma e percorribilità a una qualche forma di recupero? Una riappropriazione è ancora possibile?
Il paesaggio dell’anima
Il paesaggio ha anch’esso un’anima nel senso che possiede una spiritualità, un’etica, una coscienza che non possono che essere collettive, ovvero patrimonio di tutti. È una responsabilità pesante che appartiene a ciascuno di noi e dalla quale nessuno può chiamarsi fuori. È qui che tornano in campo i valori, quelli veri, sedimentati e consolidati dalla storia, dall’esperienza di vita di generazioni e generazioni, primo fra tutti l’amore per la propria terra. È questa la bussola che deve orientare la rotta delle generazioni future.
Scopri altre storie di tradizione e memoria come il filò nella stalla, oppure lasciati ispirare da racconti di giochi e tradizioni locali. Per approfondire il legame tra uomo e territorio, leggi anche l’intesa tra uomo e cavallo a Trichiana.