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Sostenibilità: l’impegno quotidiano di Andrea Cecchin di Busche

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Sostenibilità: l’impegno quotidiano di Andrea Cecchin di Busche

Salviamo il mondo” dicono i ragazzi, e vanno in piazza il venerdì a manifestare seguendo Greta Thunberg. “Salviamo il mondo” dice la suddetta fanciulla all’assemblea Onu. “Salviamo il mondo” dicono le istituzioni e, a furia di summit e convention, finalmente sta arrivando Next Generation Euro, il più colossale investimento sulle energie rinnovabili, l’agricoltura sostenibile, la razionalizzazione delle risorse che si sia mai visto da queste parti. Ma ci vorrà tempo, mentre estati infernali, montagne che franano, ghiacciai che svaniscono, piogge e uragani che distruggono ci ricordano che sì, dobbiamo, assolutamente dobbiamo, salvare il mondo. Noi comuni mortali, assieme all’esigenza intellettuale di tenerci informati, facciamo quel che si può: la raccolta differenziata, spegnere la luce, non sprecare acqua e abbassare il riscaldamento. Piccoli gesti, certo, che alla fine qualcosa porteranno, speriamo. Ma forse non tutti sanno che c’è un piccolo gesto da comuni mortali che porta più velocemente a un mondo come quello che vorremmo: più attento all’ambiente, alla disuguaglianza, alla società. È il mondo di Esg, acronimo che definendo l’ambiente (Environment), la società nella quale viviamo (Society) e il modo di gestire le aziende nel rispetto di alcune regole (Governance) è già una importantissima dichiarazione di attenzione. Che cosa sia nello specifico ce lo racconta Andrea Cecchin, di Busche, dottore in Scienze ambientali all’Università di Venezia e attualmente ricercatore presso HowGood, start up newyorkese che si occupa di valutazioni di sostenibilità a supporto dell’Esg.

Andrea, che cos’è e in cosa consiste il processo di valutazione Esg nella tua azienda?
È un giudizio sulla sostenibilità ambientale della filiera agroalimentare. Noi seguiamo tutto il processo produttivo e la catena di fornitura: dalla terra allo scaffale del negozio. Valutiamo quanta acqua serve per produrlo, che impatto ha il processo sulla biodiversità del territorio di produzione e sulle condizioni di lavoro, l’impronta di carbonio (ossia quanti gas serra sono generati nel processo di produzione), il benessere animale. Gli indicatori di base del nostro sistema di valutazione sono otto.

Perchè le aziende cercano un rating Esg? È obbligatorio?
Non ancora, ma per molte le aziende lo sta diventando. In tutto il mondo i grandi gruppi si stanno muovendo in questa direzione. In Italia, ad esempio, sono nostri clienti Danone e Barilla. La nuova coscienza ecologica globale rende necessario dimostrare, in sostanza, che sì, io produco, ma che mi impegno a produrre in maniera il più possibile rispettosa dell’ambiente. E questo piace ai consumatori (eccoci qua, noi! Ndr) e agli investitori, che con i loro capitali scelgono con sempre maggiore determinazione aziende in regola con i parametri Esg.

Come arrivate a una valutazione di sostenibilità?
Ricerchiamo ed elaboriamo dati da molte fonti indipendenti: letteratura scientifica, rapporti di organizzazioni internazionali e di Stati, e anche dati che ci forniscono le aziende stesse. Con queste ultime usiamo un approccio ai dati cautelativo: se non ci sono sufficienti informazioni o non sono trasparenti diamo il punteggio più basso. Noi siamo parti terze e ci pagano per questo: per essere obiettivi ed imparziali. D’altra parte noi monitoriamo tutta la catena di fornitura: dobbiamo seguire molte strade, diciamo così, e riassumerle in un numero. Quel numero è la vetrina con il quale le aziende accolgono le sfide ambientali del futuro.

Tu vivi in California, lavori per una start up di New York e prima sei stato tra l’altro in Ecuador, Perù e alle isole Galapagos. Come ci arrivi a questi lavori?
Come chiunque altro: seguo bandi, concorsi, proposte di incarichi scientifici nel mio settore. Io amo l’ambiente, ovviamente. E dopo il dottorato a Venezia e alcune esperienze in Italia e in Europa volevo esplorare nuovi percorsi, lavorare su qualcosa che si potesse applicare su larga scala. In Sud America ho trovato una differente sensibilità sui temi della sostenibilità, c’è un territorio non urbanizzato di gran lunga più esteso e variegato che in Europa: con alcuni colleghi ricercatori di tutto il mondo ho studiato come rendere più fluido e meno conflittuale il rapporto uomo-natura. Nei paesi cosiddetti in via di sviluppo è molto comune una visione diversa dell’ambiente che viene visto come un unicum, un ecosistema fatto di molti elementi, tra cui l’uomo, che interagiscono tra loro. In Europa si ragiona ancora e troppo spesso a compartimenti: le rinnovabili, l’agricoltura, l’acqua. È il passaggio mentale che è diverso: lì, anche con piccoli progetti, si riesce a generare un grande impatto.

Puoi farmi un esempio?
Nel 2016 mi trovavo in Ecuador e stavo lavorando con alcune comunità estremamente povere dove la tipologia abitativa era costituita da case su palafitte rette da pali di cemento e, a seguito di un forte terremoto, molti di questi villaggi furono distrutti. Noi abbiamo pensato di utilizzare un rifiuto – gli pneumatici fuori uso – per aumentare l’elasticità della struttura e ridurre il rischio sismico. Le aziende produttrici di pneumatici ci hanno fornito il materiale di scarto e abbiamo lavorato con gli abitanti per integrare la nostra soluzione nelle loro pratiche di autocostruzione: qualche mese dopo la ricostruzione c’è stato un altro terremoto e questa volta le case sono rimaste intatte.

È consolante pensare che qualcosa si può fare perché la nostra casa resti intatta: utilizzare in maniera efficace ciò che sarebbe un rifiuto difficilmente smaltibile, e qui ci pensano studiosi e scienziati; o comprare un pacco di pasta sapendo che fin dalla coltivazione del grano si è cercato di rispettare l’ecosistema, il lavoro, le comunità di produzione. E qui possiamo pensarci tutti, tutti i giorni, quando facciamo la spesa.

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