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Savaman

scorci da cartolina e abitanti appassionati

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scorci da cartolina e abitanti appassionati

A Castion ci sono paesi, paesini, borgate e località. E poi c’è Savaman, San Mamante, che non è nulla di tutto ciò ma è tutto insieme: una chiesa di antichissima tradizione (attestata già nel XIII sec) su una strada, quella per il Nevegal, un tempo molto praticata per le vie dell’alpeggio verso le terre alte. Un luogo pieno di storie di gente devota, di matrimoni, di puerpere che nell’acqua della fonte nei pressi della chiesa hanno chiesto per secoli alla Vergine la grazia del latte. Un punto di riferimento per i castionesi, che accorrevano per la messa solenne nella chiesa più bella del Bellunese, una delle pochissime, con San Gaetano alla Calmada e la Madonna Delle Grazie di Via Sanfor, ad avere un loggiato esterno a protezione e ristoro dei viandanti. Quattro case, in cima alla salita che porta su da Caleipo. E una casa accanto alla chiesa, piena di fiori.

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Savaman

«Ci arrivò mia nonna Antonia De Biasi, conosciuta come Nina», mi dice Mosè D’Incà, la cui famiglia abita lì da quattro generazioni, «col “caret” e tre bambini, il più piccolo di 11 mesi, nel 1927. Salivano da Caleipo e lasciavano la vita di sostegno propria dei paesi rurali per venire a fare i contadini qui. Senza luce né acqua, con gli inverni nevosi di un tempo a complicare le cose.Una vita dura, tant’è vero che mio nonno Fioravante Tormen dovette andare prima in Argentina e poi a Bressanone come carpentiere».

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Savaman

Prosegue: «Mia nonna Nina era una donna molto forte: quando nel 1938 mio nonno morì di polmonite, lei lo seppe con un telegramma dal cantiere. Si trovò quindi vedova a neanche 40 anni (era del 1899) con tre ragazzi: Adriana, mia mamma, fu mandata a Torino a servire (la domanda, tutt’altro che banale per ragazze che non si erano mai mosse da casa, fu: “elo dove Torino?”); Lionella, sua sorella e mia zia, si sposò e si trasferì a Roma. Il fratello, zio Luigi, celibe, rimase qui con lei a custodire casa e accudire bestie, prati e campi. Con il dopoguerra la vita cambiò: mia mamma, che nel frattempo si era sposata e aveva avuto me, trovò un lavoro e prese la patente. Il mondo diventò più accessibile: noi andammo ad abitare appena qui sotto, in cima alla salita, e mia nonna e mio zio rimasero qui. Mia nonna restò qui per tutta la sua vita, e qui morì all’età di 103 anni perfettamente lucida».

Savaman sembra un posto isolato, ma, spiega Mosè, «c’è sempre passata un sacco di gente, chi per andare in Nevegal chi per venire in chiesa. La festa del patrono il 17 agosto è sempre stata frequentatissima: arrivavano i banchetti delle sagre e si vendevano le angurie a fette. Ci sono stati tempi in cui c’erano due tre matrimoni la settimana, in estate. Io vi ho fatto il sacrestano per anni: la mia famiglia era depositaria delle chiavi. Ogni tanto salivo sul campanile a suonare le campane per divertimento, giocando a rimbalzo con il suono che la mia amica Paola faceva dal campanile di Sossai, di là dalla valle. Poi, quando mi sono sposato ed è nato mio figlio Marco, io e mia moglie Antonella siamo rimasti nella mia casa materna, appena qui sotto, vicini a mia nonna, mio zio e mia mamma. Oggi noi due, da nonni, siamo tornati qui nella casa davanti alla chiesa, dove la mia famiglia salì da Caleipo cent’anni fa».

Non vi siete sentiti un po’ isolati? «Qui si sta benissimo: guardati intorno. C’è uno scorcio di Belluno che si intravede tra gli alberi, in un silenzio garbato, interrotto da qualche auto che sale o scende dal Nevegal, un bel quadro: la chiesa e il suo portico. Qui i miei nipotini Chloè e Mathis giocano tranquilli senza pericoli. Un paradiso». Mentre parliamo i due bambini corrono intorno incuriositi. Marco e la moglie Christelle mi dicono che non hanno mai pensato, nemmeno loro, di metter su famiglia altrove. E sì che Christelle è una parigina doc, cresciuta nel XIII Arrondissement. Ma non ti mancano la gente, le comodità, le possibilità della città, Christelle? «All’inizio mi sentivo un po’ spaesata, catapultata in un mondo così diverso dal mio. Accendere il fuoco o guidare su queste strade strette, dove magari ti capita di incontrare un gregge di pecore, sono state vere esperienze! Poi però ho cominciato ad apprezzare il valore di una piccola città a misura d’uomo com’è Belluno e dove i miei figli possono crescere in tranquillità. San Mamante è il luogo della mia nuova famiglia e a me piace». «Tra l’altro – interviene Marco, sorridendo – qui saremo anche quattro case, ma abbiamo un deciso incremento demografico: oltre ai miei due bambini, ci sono anche i miei vicini, arrivati da poco, che ne hanno altri due. Siamo una piccola comunità ma molto dinamica». «Felice», riprende Mosè guardando Antonella, cinquant’anni di matrimonio quest’anno.

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