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San Martino nel Bellunese

Alla ricerca della S'ciara de oro

San Martino nel Bellunese

Alla ricerca della S'ciara de oro

Generalmente i grandi santi amano i grandi spazi. E non si può dire che San Martino non sia stato un grande santo. Nei loro spostamenti non è raro che usassero il cavallo. Apparteneva ai mezzi di locomozione del tempo. I loro cavalli erano comunque speciali: si spostavano in ogni luogo in spazi non piccoli. In fin dei conti erano i cavalli di santi. Infatti ci sembra inutile chiedersi come facessero; il loro segreto è ingoiato dal tempo. Le montagne non rappresentavano certamente un ostacolo. I santi non sarebbero diventati santi se non fossero riusciti a fare quelle cose.

Il Santo in provincia
San Martino non lo trovi solo a Belluno dove è divenuto patrono della città. La basilica gli è intitolata, ma anche molte chiese e chiesette del territorio bellunese sono associate al suo nome.

Si pensi in Valle del Cordevole alla chiesetta de La Muda. Nella gola dei Castei, nel Sass de San Martin, là dove un tempo sorgeva un luogo edificato, di controllo del passaggio, un castello antico, castrum gordinum, anche lì, solitaria, silenziosa, una chiesetta attendeva il passaggio dei viandanti, che in quei tempi non potevano non essere avventurosi.

Anche più a sud, nelle Alpi Feltrine, una valle è dedicata al suo nome come anche un’altra chiesetta. Se poi pensiamo davvero ancora più in grande, là dove si spinge la Valle di San Lucano nell’Agordino, un vasto gruppo di montagne prende il nome di Pale di San Martino. E ampi e desolati spazi, di un fascino unico, dove la montagna incontra silenzi incontrastati, spazi immensi, che si concludono nell’altro versante con un paese che prende anch’esso il nome dal santo.

Per le Pale di San Martino dicono che il nome prenda vita proprio sul versante bellunese. E varie canzoncine ricche di allegria, che accompagnano le feste di bambini, lo richiamano.

La sua figura
Di Martino, nato a Sabaria (nell’odierna Ungheria) verso il 316, che visse sino a 81 anni prevalentemente nella Francia attuale, si sa che fu militare per lunghi anni, pellegrino in Pannonia, Illiria, Milano, anacoreta, eremita, vescovo e monaco. Di lui dicono che abbia guarito i malati e resuscitato persino dei morti, che abbia lottato ripetutamente contro il demonio. A 100 anni dalla morte il Re Merovingio Clodoveo lo scelse quale patrono del suo regno. Egli divenne santo senza essere stato martire. Il suo culto è diffuso in tutta Europa. Noi non sappiamo come e quando il culto di Martino sia giunto a Belluno. Più che l’eco delle sue gesta contro il demonio e dei suoi miracoli, ci interessa ciò che lo accosta alla nostra montagna di casa, alla Schiara.

La Schiara
La Schiara, a differenza di altre montagne dolomitiche, non è associata alle leggende dei Monti Pallidi narrate da Karl Felix Wolff, che Giuliano Palmieri ha dimostrato, a nostro parere, costituire la protostoria delle nostre Dolomiti.

Se quelle leggende ci dicono come le montagne dolomitiche abbiano avuto le loro divinità, i propri personaggi, i propri eroi, della Schiara sembra essersi conservati solo il ricordo di diavoli, di cacciatori dannati, di rapinatori.

La Schiara, quale prima maestosa e insuperabile barriera tra il nord e il sud, tra il vero mondo della montagna e la pianura, si alza quasi miracolosamente dalla terra a cercare di raggiungere il cielo.

Ma la Schiara sembra non aver rappresentato un ostacolo alle scorribande di Martino. La leggenda narra come un giorno il santo, proveniente dal nord, si fosse fermato su un monte dal quale il suo sguardo poteva spaziare su orizzonti immensi. Tanto gli era piaciuto quel luogo, che egli lo prescelse anche per le sue soste successive, fissando alla parete della montagna un anello che sarebbe diventato d’oro. Da qui il nome del monte: S’ciara de oro, ovvero anello d’oro.

Non poteva prendere un nome diverso questa montagna che si tinge dei colori più impensati, indefiniti, inventati dalla natura, così vicini al colore di quel minerale prezioso, nelle sue albe, nei suoi tramonti, sia sul versante meridionale, cui rivolge la sua architettura più nobile, sia verso nord, ove essa non perde la sua bellezza.

Piero Rossi si è chiesto dove fosse l’anello conficcato nella roccia. Le belle pagine che egli ha dedicato alla Schiara, frutto del suo amore per i monti bellunesi, costituiscono tuttora un invito a unirsi idealmente a lui nella ricerca esaltante ed avventurosa dell’aureo anello, della S’ciara de oro. Una ricerca senza fine, finché ci sarà la Schiara. Finché ci sarà l’uomo.

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