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Riscoperta d’artisti

La pittura silente di Romano Ocri da Feltre

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La pittura silente di Romano Ocri da Feltre

Perché? Perché?… Perché!”: con queste parole iniziò il suo intervento Paolo Rizzi alla presentazione della mostra antologica tenutasi a Treviso. Perché, si chiese il famoso critico d’arte, quel grande pittore che era Romano Ocri (1897-1980) non ebbe i riconoscimenti che meritava? Perché grande e raffinato pittore lo fu veramente!

La nascita a Soranzen, il legame con Feltre
Nacque alla Busa di Soranzen, dove il padre mugnaio si era trasferito da Feltre. Di quel mulino ne sopravvive tuttora la struttura principale. Visse a Firenze e a Venezia. Tuttavia volle sempre che accanto al suo nome figurasse la dicitura “da Feltre” quale profondo legame e, chissà, forse auspicio per un ritorno. Sicuramente questa “piccola città dei grandi uomini” costituì un suo ideale punto di riferimento. Da ragazzo vi aveva frequentato la scuola serale di disegno e, in definitiva, fu questa l’unica scuola d’arte che abbia conosciuto. Sin da allora non smise mai di studiare, di applicarsi a disegnare e dipingere nelle ore che gli restavano libere dal suo lavoro di esattore di una società di elettricità. Pittore ormai anziano, acquistò una casa a Menin e successivamente una a Soranzen.

Quest’ultima, che giace da diversi anni in stato di completo abbandono, fu oggetto di un bizzarro ampliamento su progetto del figlio architetto. In particolare venne realizzata una sopraelevazione mansardata che, nonostante fosse di complicato accesso, immancabilmente il pittore soleva far visitare ai suoi ospiti. Da quel piccolo poggiolo la vista spazia sulle colline ondulate del Feltrino, un paesaggio ameno, a lui tanto caro, dal quale ha tratto ispirazione per molti suoi quadri.

In questa dimora vi si trasferiva soprattutto durante la bella stagione trattenendosi a lungo. Durante il viaggio da Venezia era immancabile una sosta a Feltre presso la redazione de “Il Gazzettino” che l’indomani avrebbe pubblicato la notizia dell’arrivo dell’illustre ospite.

Capitava talvolta che dovesse servirsi dell’opera di alcuni artigiani locali ai quali proponeva in pagamento un suo quadro. Alcuni accettarono, ma molti no, rodendosi poi e ancor oggi per non averlo fatto.

Nel paese natale
Fu sempre molto legato al paese natale. Era spesso ospite della Trattoria Speranza, dove festeggiò il suo 80° compleanno. Gli veniva riservato un menù particolare, parco e semplice.

Nei lavori all’aperto, si faceva spesso accompagnare dal giovanissimo Gino De Carli, il “Geometra”, a cui affidava il compito di portare il cavalletto. Dopo aver scelto postazione e soggetto, tracciava sul quadro, di tela ma più spesso di cartone o compensato, dei segni col gesso bianco. Iniziava quindi a dipingere, non senza aver prima intimato al piccolo aiutante di rimanere in silenzio.

Una delle località che maggiormente lo ispiravano era la Busa da dove si poteva godere il suggestivo panorama della testata della Val Canzoi. Fu appunto in una di queste escursioni che il pittore indicò a De Carli la casetta al di là del torrente dove era nato. Apprezzò molto l’attività della Pro loco e per questo, ogni anno, regalò un quadro per l’uso che l’associazione ritenesse più opportuno farne. A sua volta la Pro loco fu molto onorata per questa amicizia, tanto che nel 1987 decise di intitolare la Scuola elementare all’illustre concittadino.

Nacque poi, grazie ad una idea di Vico Calabrò, la manifestazione “Omaggio a Ocri” per onorarne la memoria. Essa vede ogni anno la presenza di un artista, anche di fama internazionale, spiegare la agli alunni la sua arte e lasciare in dono un quadro o un dipinto murale. E fu così che nel giro di pochi anni il paese è diventato una piccola galleria d’arte all’aperto.

La pittura del silenzio
I quadri di Ocri sono immediatamente riconoscibili. Ci appaiono immersi in una spiritualità senza tempo. Alcuni importanti critici la definirono appunto “la pittura del silenzio”. Inoltre le sue opere sembrano emanare una luce propria. Come riusciva ad otteneva questo risultato, questo sfrangiarsi della luce in tanti pulviscoli iridescenti? Ocri non usava il pennello nella maniera tradizionale con cui siamo soliti osservare i pittori. Utilizzava dei pennelli piuttosto “vissuti”, per non dire consunti, piatti, quasi sempre di grandi dimensioni. Li intingeva nel colore e dopo averli asciugati un po’, tamburellava sulla tela con tocchi rapidi e precisi. Una luce non appariscente ma spirituale e dolcemente tenue. Quasi un presagio rispetto all’incombente cecità che lo accompagnò nell’ultima parte della sua vita.

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