Perla nascosta, bellezza selvaggia, acque smeraldine e incontaminate, sono alcune delle parole con cui viene descritta la baia di Lan Ha, a nord del Vietnam. Insieme all’isola di Cat Ba, Lan Ha Bay è stata riconosciuta per l’ampia biodiversità e varietà di ecosistemi diventando, a partire dagli anni Novanta, meta turistica alternativa alla più iconica Ha Long Bay. La baia ha qualcosa di unico, me ne accorgo appena arrivo. La particolarità delle rocce che si stagliano sul mare, i colori dell’acqua e del cielo suscitano quel tipo di stupore che si percepisce sulla pelle e sulla schiena. Il paesaggio è davvero mozzafiato, proprio come avevo letto nei commenti di Tripadvisor.
C’è una cosa, però, che non ritrovo rispetto a quanto riportato dalle recensioni e dalle pubblicità: dov’è quel luogo selvaggio e incontaminato che mi era stato promesso? Di certo non può essere questo. L’isola si presenta come una monocoltura votata al turismo, le cui infrastrutture si ergono goffamente su una geografia urbana che non era concepita per accoglierle.
Basta distogliere gli occhi dall’orizzonte per capire che questo luogo ha ben poco di incontaminato. Alle mie spalle, un gigantesco hotel blu si staglia sulla spiaggia, il cui poco spazio residuo è sovraffollato di lettini e ombrelloni. Poco più in là, un enorme cantiere sta preparando le basi per quello che sarà un complesso di hotel e casinò. Un’intera comunità locale che si mantiene grazie ai visitatori rimane nascosta dietro le quinte mentre noi, avventurosi backpackers occidentali, siamo tutti qui, alla disperata ricerca di un accesso esclusivo a quella che chiamiamo Natura incontaminata, tesi a raggiungere il riconoscimento che investe chi, per un momento, è stato testimone di un angolo di mondo apparentemente estraneo all’interconnessione.
«Come potrà la pretesa evasione dei viaggi riuscire ad altro che a manifestarci le forme più infelici della nostra esistenza storica?», scrive Lévi-Strauss in “Tristi Tropici” (1955), criticando l’inganno dei viaggi degli esploratori e l’invadenza del modello occidentale.
Mi chiedo se non sia questo che si cela dietro alla promessa apparentemente innocua di una brochure: non semplicemente della bellezza di un paesaggio, bensì un immaginario collettivo e uno status preciso, un privilegio bianco di mobilità. La costruzione di un paradiso terrestre fondato su un presupposto artificioso e nostalgico di purezza degli elementi naturali.
Il problema è che quell’idea non trova spazio se non nei nostri profili Instagram. Quella che chiamiamo Natura, e che vogliamo limpida e vergine, si rivela essere un’illusione per turisti che dura solo finché non si guarda dall’altro lato della foto dove si trovano gli hotel, i corpi, le microplastiche, le navette, i ristoranti, le toilette: il mondo globalizzato, accelerato e saturo che ci ostiniamo a escludere dalla cornice.
L’isola di Cat Ba mi ha lasciato l’amaro in bocca ma mi ha anche dato molto di più di quanto avrebbe potuto fare una spiaggia vergine, ricordandomi che gli ecosistemi, le specie, i paesaggi sono certamente da difendere da un modello di sviluppo che mangia le stesse risorse su cui si fonda. Non però perché diventino le nuove spezie appannaggio di una massa elitaria, ma perché rimangano spazi in cui costruire e praticare strategie di adattamento ed equità.