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Ricordo di Giovanni faronato

Sopravvissuto al campo di concentramento di Bolzano

Ricordo di Giovanni faronato

Sopravvissuto al campo di concentramento di Bolzano

La recente scomparsa di Gianni Faronato (Feltre, 26.12.1927- 15.8.2023) rappresenta una grande perdita per il Feltrino, per la comunità cesiolina, ma anche personale e per la mia famiglia. Gianni ebbe un’infanzia difficile: rimasto orfano di madre, era stato in orfanatrofio nella villa Bonsembiante a Vignui e nell’attuale Casa di riposo “Brandalise” a Feltre. Rastrellato dai nazisti a Feltre il 3 ottobre 1944, era stato deportato, a soli 16 anni, con un altro centinaio di feltrini, fra cui il dottor Gino Meneghel e mia madre, nel campo di concentramento di Bolzano fino a fine aprile 1945.
Dopo la Liberazione si era impegnato all’Ospedale di Feltre, prima al Civile dove conobbe mio padre, poi allo Psichiatrico e da allora, fino a tempi recenti, si è sempre occupato di tutelare i ricoverati, veri ultimi degli ultimi in quegli anni, dei loro problemi materiali, relazionali, con i parenti, con i medici e gli infermieri, con i giudici. Per questo veniva spesso a Pullir, stimato e benvoluto da tutti per la sua disponibilità e gentilezza.

A Feltre si era speso molto per il volontariato, per la “Parrocchia dei Frati”, per la Loretana, per le colonie estive: ricordo quando, durante un’estate degli anni 60 con gli scout, siamo arrivati a sera alla colonia estiva della Diocesi a Passo Cereda e ci ha offerto la cena: una minestrina calda, del formaggio affettato, “ciope” de pan e un bicchiere di vino: cosa di meglio per dei ragazzi affaticati?

Credo che Gianni non abbia mai detto di no a nessuno, neanche quando, ad una certa età, gli fu chiesto di fare un’ora notturna nell’adorazione perpetua nella Chiesa del S. Cuore.

Dopo la pensione partecipò anche alla Banda della Città di Feltre, e divenne rappresentante dell’Associazione Nazionale Deportati, sezione di Schio, poi presidente dell’Anpi, fece parte del coro “Vecie Voci”, si dedicò a riordinare le sue memorie degli anni 1943-45 che raccolse nel libro “Ribelli per la Libertà”. Partecipava col suo fazzoletto da deportato a tutte le cerimonie annuali del 25 aprile, del 19 giugno, del 4 novembre anche a Cesiomaggiore e a Belluno e, durante l’anno scolastico, girava per le scuole, con la tuta da deportato regalatagli da Meneghel, per raccontare ai ragazzi cosa aveva vissuto alla loro età e per invitarli a vigilare in difesa della democrazia. Ma Gianni non si limitava al ruolo istituzionale, era disponibile anche a iniziative personali: ha collaborato con mia sorella nelle ricerche sistematiche sulle biografie dei partigiani comune per comune; si è speso molto per la mia iniziativa per accedere al Carcere di Bolzano dove furono reclusi molti feltrini, fra cui l’ex sindaco di Feltre, Bepi Barbante, don Raffaele Buttol, Tita Piaz, Giorgio Lubich e Ruggero Sebben di Fonzaso, al fine di consultare l’archivio matricolare per una disamina completa dei feltrini in esso transitati. Grazie a lui siamo stati ricevuti dalla direttrice del Carcere, lo abbiamo visitato e ottenuto l’accesso all’archivio. Ma più di tutto mi è rimasto impresso il suo invito ad accompagnarlo a tornare a Bolzano e Col Isarco, il 27 marzo 2014, per la prima volta dopo esserne fuggito a fine aprile 1945, in occasione di un incontro pubblico promosso da un giornalista del “Dolomiten”.
La sera abbiamo incontrato la popolazione di Col Isarco e molti ricordavano che in un grande albergo c’era il Comando nazionale delle SS, dove lavoravano Gianni, mia madre ed altri feltrini. Il giorno dopo siamo andati a visitarlo: Gianni era visibilmente commosso e mi ringraziò per averlo accompagnato a compiere questo non facile passo.

Adesso mi sto occupando della Notte di Santa Marina e so che lui mi avrebbe volentieri aiutato a ricostruire quei fatti dolorosi, in particolare delle famiglie dei caduti. Ciao, caro Gianni, un sentito grazie dalla famiglia e dalle Comunità feltrina e cesiolina.

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