Certi valori umani non possono scomparire quando nei paesi vivono persone che con il loro carisma identificano le famiglie e le frazioni. Remo Sartor, classe 1931, dall’alto dei suoi 94 anni è un punto di riferimento di saggezza, ma anche di operosità e partecipazione attiva per Carfai.
Questo ramo della famiglia Sartor ha le origini a Formegan, dove gli antenati esercitavano proprio la professione di sarti. Qualcuno ricorderà capeggiare, sopra l’arco di entrata della loro abitazione in via San Osvaldo, l’insegna dipinta di un laboratorio artigianale datata 1736 (vedi “il Veses”, anno 2002, pagina 3). “Me pare Ernesto da bocia al savéa cusir, al ghen dèa drio a me nono che al fèa, dison, al sartor ambulante, parché i ndéa par le case a far vestiti. Dopo al ha conosest me mare Carlotta Dal Pont e so fradel Antonio anca al gnèa a morose dalla sorela Carmela, insoma i do fradei i e gnesti a star qua a Carfai cuc”. Così si diceva in gergo ai mariti che andavano ad abitare nelle case delle mogli.
”Me pare no ghe piaséa sta soluzion, an cin al se vergognéa pur, al disèa che al se ariè spostà a Formegan, ma qua – a dir al vero – i stéa benon!”. Così si è costituita la nutrita “colonia” dei Sartor di Carfai. Pierina, che sposò Cesare Garlet da Ignan, Giovanin (morto tragicamente a un anno nel cortile di casa), Lina, Remo, Stella, Aurora, Bepi e Ottavio. “Se dormìa tuti sul “bièer (non avevano le camere da letto, dormivano nel granaio di casa), coi sorth che ne magnèa le rece, pieni de diaolìn e de buanze, (geloni), in tre sul let, dormir sora al pajon!”.
Una infanzia a lavorare sui campi. “Mi ere an bocia di 13-14 anni, me papà ‘na matina al va ‘nte la stala a guarnar, verde la porta al scur e al sent tut an rebaltòn! Da la crippia se presenta an partigian che al ghe punta la pistola in facia. Ma Vitorio setu ti? Sì, scuseme Ernesto, ma me a tocà scampar parchè i me corea drìo i Much!”.
Prima della guerra, appena sposati, Ernesto e Antonio emigrarono in America, Ernesto rientrò per la leva e fece il Carabiniere, ma non la guerra. Dopo la guerra, emigrò in Svizzera. Remo nel ’51 “sghivò” la leva emigrando pure lui in Svizzera. Ottenuto il visto per espatriare, preso il passaporto grazie a ‘Dolfo Casagrande che lavorava in Questura, partì come muratore avendo fatto un corso de “scola murador serale” con l’istruttore Dal Pan dei “Polenta”. A 20 anni partì da solo per lavorare sulle strade (pala e pic), alloggiati in baracche che oggi non utilizzerebbero neanche per il ricovero delle bestie. “Par difenderse dal fret, se tachèa su par le pareti i sachèt de carta del catrame. Ho catà medo Salhan che laoréa là: Arigo Monego, so pare, Gino Titòl (Dal Pan), so pare e altri, là ho imparà subito al todesco”.
Con diversi cambiamenti di lavori, Remo è rimasto in Svizzera 16 anni, sempre intersecando paesani come la famiglia Pelli che lì commerciava frutta e verdura, ed infine con Luigi Biasuzzi di Formegan che era un gran capo cantiere.
Rientrò giusto il periodo che stavano tracciando per fare la Cartiera. “I capi cantier i magnéa su da la Dorina Basso, mi ghe ho dit, podetu dirghe che arìe bisogn de an laoro! La sera stessa i me ha convocà. Mi son murador. Orca bestia noi son drìo zercar carpentieri! Ociu, che an murador che ha fat la Svihera nol sie bon de far al carpentier! Alora doman va a marcarte in cantier!”. Così Remo conta di aver gettato con la Del Favero il primo “plinto” delle fondazioni della centrale della cartiera, era il 1967. Remo ha partecipato alla costruzione fin alla inaugurazione.
Una sera mentre usciva insieme all’amico Remet Salton, incrocia Lorenzo Brustia, direttore. Essendo della stessa classe e conoscendolo, il dirigente scherza sulla coppia di amici”. “Ecco i Remi, ecco l’articolo “il””, scherzando sulla differenza di altezza dei due. Quella fu un’occasione per tutti e due per presentare le loro credenziali ed essere assunti nel personale della Cartiera. Così Remo cominciò in officina con Gigetto Pioggia, Remo Zanin e il capo Dall’Ara.
Remo è andato in pensione, ma si è messo subito a servizio del grande fermento che a Carfai c’era per la costruzione dei carri mascherati, lavorando e mettendo a disposizione parte delle case per erigere il capannone dove si costruivano i carri. Tutta storia che conosciamo.