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Rebecca De Cian

guida scout: dalle gite sul Telva alla palude in Corea

Rebecca De Cian

guida scout: dalle gite sul Telva alla palude in Corea

Con due giorni di anticipo sul pronostico fatto dal nonno, nacqui domenica 16 novembre 2008. Nonno Primo (da Campo di Santa Giustina) voleva che arrivassi il 18, giorno del suo compleanno e di quello del bisnonno Giulio Casagrande, che molti ricordano a Campo come uomo autorevole. Sarebbe stato di martedì. Il nonno avrebbe in quel caso passato tutto il mercato di Feltre. In casa mi aveva preceduto mia sorella Anna. Si vide subito, fin dalle elementari al Boscariz, che mi piaceva stare in gruppo e avevo la tendenza d essere leader.
ESSERE LEADER
A otto anni entrai nel Gruppo Scout Feltre1. Ero una “coccinella”; Tommaso Manzoni, Alvise Case e Chiara Maggiolo i responsabili del gruppo.
L’addestramento si faceva al Patronato Canossiano di Pasquer, prevedeva due gite sul monte Telva. In quinta elementare entrai nei “lupetti”, ero fiera della mia divisa. Il fatto di essere donna mi favorì molto nelle attività: ci si doveva arrangiare ed aiutare, servivano senso pratico e autenticità. Dovetti aspettare di entrare alla media Rocca, per passare di reparto ed essere promossa “guida”.

Con la mia squadriglia (I Castori) iniziammo il percorso previsto. Gli incontri del sabato pomeriggio in periodo scolastico, due settimane di campeggio d’estate. Nel 2019 tutto filò liscio, i problemi sorsero nell’estate 2020, periodo del Covid. Eravamo così motivati che non mollammo e, prese le dovute precauzioni, partimmo per il campo estivo a Marcador di Mel. Fummo uno dei pochi gruppi a realizzarlo. Tende singole, vita all’aria aperta, distanziamento, mascherine nei momenti collettivi, docce frequenti nella casera, presso la quale attingevamo l’acqua potabile. Nessuno si ammalò. Fummo un modello per il Veneto.

L’OCCASIONE PROPIZIA
Due anni dopo eccomi a frequentare il Liceo “Dal Piaz”. La scuola mi impegna, ma la passione per lo scautismo rimane intatta: mi piacciono i principi, le regole, i valori. Si presenta quella che io chiamo l’occasione della mia vita e la colgo. Si aprono infatti le candidature internazionali per il Jamboree, il Raduno Mondiale degli Scout, e mi propongo. I miei mi assecondano senza far pesare la loro apprensione. Il curricolo e le referenze degli istruttori fanno il resto. Vengo inserita nella rappresentanza italiana.

Sono al settimo cielo. Nell’incontro di Padova si forma il reparto. Rappresenteremo il Veneto e l’Italia in Corea del Sud. Sarà un’esperienza indimenticabile, che mi compensa dei sacrifici al Patronato, delle fatiche sul Telva, delle rinunce a Marcador. Siamo sul Mar Giallo in una estesa palude bonificata e spartanamente attrezzata per far posto a 50 mila ragazzi provenienti da ogni dove. L’incontro durerà due settimane, come i consueti campeggi scout, ma stavolta sono dall’altra parte del mondo! Per il rifornimento sono state predisposte, in una piazza centrale, delle casette (food houses) dove si servono piatti tipici coi prodotti di ogni nazione. La “Casa Italia” è tra le più gettonate. Per questo ci alziamo alle 5, andiamo alla casetta, compriamo i viveri e poi li cuciniamo in tenda. Trascorriamo una bella settimana, l’inizio della seconda ci riserva una sorpresa. Una guida coreana ci fa salire sull’autobus e, dopo due ore di viaggio, ci scarica al limitare della foresta di fronte ad una casa attrezzata con un laboratorio di cucina. Ci vengono consegnati dei prodotti locali. Dobbiamo confezionare un pranzo coreano.

LE SORPRESE NON FINISCONO MAI
A mezzogiorno il Governatore della Regione che ci ospita si presenta per un saluto e… si ferma a pranzo nella tavola del nostro gruppo. Assaggia tutto quello che abbiamo preparato e ci fa un sacco di complimenti. Mi dico che è una di quelle cose che ti capitano una volta nella vita. La nostra esperienza volge al termine, ma la natura stavolta ci mette lo zampino. Un pericoloso tifone si sta avvicinando alla costa e noi 50 mila siamo costretti a sloggiare. È una prova dei nervi per noi, una manna per i possessori di autobus. Lo Stato Coreano ci mette a disposizione una carovana di pullman per portarci in luoghi sicuri. L’ambasciata inglese paga l’albergo ai propri sudditi, quella americana ospita il proprio contingente, noi e altri restiamo nelle mani dei coreani. Ci trasferiscono nei dormitori delle più vicine università (per fortuna siamo nel periodo estivo e le lezioni sono sospese). Eccomi dunque, a soli quindici anni, già a dormire in un campus universitario.

Il tifone passa e noi si rientra con un bellissimo ricordo dell’internazionale scout. Porto con me colori, suoni, luoghi, persone, profumi e tante immagini che ho voglia di condividere. Se non l’avete ancora capito, mi piace l’avventura, mi piace la vita. Consiglio a tutti i miei coetanei di mollare il tablet e di mettersi in cammino, accompagnandosi magari con gli scout».

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