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Raspàr Foie

una pratica agricola oggi dimenticata

Raspàr Foie

una pratica agricola oggi dimenticata

Odori di fumo e foschia / Fanghiglia di periferia / Distese di foglia marcita / Che cade in silenzio lasciando per sempre la vita (Autunno – Francesco Guccini).

La mussa con la brinzia, foto di Flavio Salvadori
Raspàr Foie

Ho sentito giorni fa questa canzone e, non so per quale strano abbinamento mentale, mi sono venuti in mente gli autunni della mia infanzia/adolescenza, immersa in un contesto prevalentemente agricolo: la mattina a scuola, e al pomeriggio bisognava trovare il tempo, oltre che di studiare, anche di dare una mano nei lavori agricoli.

Giuseppe Baldissera detto Bepi dela Ema
Raspàr Foie

Ricordo le giornate che si accorciavano e mia madre che diceva: «San Micel el porta la marenda in ziel e el lun in tera par laorar la sera» (San Michele – si celebra il 29 settembre – porta la merenda in cielo e il lume in terra per lavorare la sera); questo significava niente soste nei lavori diurni nelle giornate autunnali, che bisognava distinguere da quelli che si potevano fare nelle sere che si allungavano.

Giovanni Baldissera detto Nani Tonet
Raspàr Foie

Fra i lavori diurni c’era quello della raccolta delle foglie da stoccare in quantità sufficiente per “starnir” le vacche fino all’autunno successivo. Prendersi cura delle bestie, preparando un abbondante e morbido “letto” di foglie, che poi avrebbe reso migliore il letame per la concimazione dei campi e dei prati, era una pratica di tutti i contadini, che avevano la stalla nella nostra area. Era più raro che si impiegassero altri materiali come paglia o “fughe delle panocie” e men che meno il fieno, che era prezioso. Ricordo che mio padre, quando incontrava qualcuno di cattivo umore, usava l’espressione: «El era mal starnì!» (traduzione: aveva riposato in modo scomodo).

I coniugi Egidio e Lucia De Zordi
Raspàr Foie

Evidentemente era convinto che anche per le persone fosse importante dormire su un letto adatto, per non parlare di quanto ritenesse giusto che le sue vacche fossero “starnide” a sufficienza.

Nelle belle giornate si ripulivano i boschi dalle foglie, raccogliendole col rastrello; esse venivano infilate poi nelle brinzie o nei teli e trasportate, a volte con il carro o con la slitta, con le scale, nei ripari perché rimanessero asciutte e pronte all’uso cui erano destinate.

Anche questi semplici gesti denotavano la dedizione e la cura nei confronti degli animali della propria stalla, che costituivano per le famiglie tanti sacrifici, ma la fonte di reddito per andare avanti. Quando nasceva un vitello, il letto di foglie per esso era ancora più abbondante, quasi un segno di benvenuto per preservarlo in salute. Oggi questa pratica sembra pressoché dimenticata; rimangono nei fienili qualche rara “brinzia” o “coz” (telo in canapa grezza) e qualche altrettanto rara “mussa” a ricordo di quelle fatiche e di quella antesignana cura del benessere animale.

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