È una calda serata di giugno, il tempo è immobile. Fuori dal bar, nella piazza vuota e bollente, tre quattro ombrelloni – rosso bianco blu – e una trentina di sedie di plastica attendono. Se risuonasse Modugno, saremmo negli anni Cinquanta. Invece non vola una mosca, ci sono solo alcune persone che armeggiano con microfoni e mixer per regolare l’audio. Il Pizzocco veglia dall’alto, inscalfibile. Pian piano le persone arrivano, alla spicciolata, e riempiono le sedie bianche – le più coraggiose – o un paio di panchine all’ombra, oltre la strada. «Si sente, da lì?». Si sente.
Discorsi da bar, un ritorno che sa di comunità
E quindi, si parte: con il primo dei sei “Discorsi da bar” che da giugno a settembre animeranno bar e osterie del territorio di San Gregorio nelle Alpi. Questa sera parleremo di comunità, di cooperative futuribili e case vuote. Ci ospita l’antica trattoria “la Volpe”, e nonostante siano ormai le sette di sera coliamo tutti – ospiti e pubblico – come gelati.
I “Discorsi da bar” sono cominciati, come esperimento, la scorsa estate: “una rassegna di incontri su montagna, società e attualità nel posto più sociale mai inventato, il bar”. L’esperimento è andato bene, e la rassegna torna perciò anche quest’anno. La organizza il Comune di San Gregorio, insieme alla biblioteca, alla Pro loco, e ad alcuni ragazzi del paese (ma non solo). L’obiettivo è “tornare a parlare, discutere e, volendo, bere un bicchiere, tutti assieme”. Senza aggressività, senza formalità, e oltre il populismo.
Quando il bar chiude: la rinascita possibile
Questa sera ci saranno una quarantina di persone, in ascolto. Io sono stata invitata a parlare di “Primavera Casa”, un progetto per riattivare case inutilizzate cui partecipo con Isoipse. Assieme a me, l’ospite è Ricardo Stocco, collaboratore di Irecoop Veneto. È stato chiamato dal Comune per parlare delle cooperative di comunità. Perché ha chiuso l’unico negozio di generi alimentari di San Gregorio: e l’amministrazione, assieme agli abitanti, si domanda che futuro sia possibile immaginare, per quel negozio che si spegne e per il territorio tutto.
La cooperativa di comunità: uno strumento per il futuro
La cooperativa di comunità, a dire il vero, ancora non esiste, a livello di ragione sociale, perché manca ancora una legge nazionale che la definisca e normi: ma dal 5 agosto 2025 c’è una legge regionale – una delle pochissime, votate dal Consiglio all’unanimità – che riconosce la forma della cooperativa di comunità come uno strumento imprenditoriale fondato da cittadini, enti e realtà locali per rispondere ai bisogni del proprio territorio e generare benefici collettivi. «Ce ne sono ormai 350, in Italia – racconta Stocco – distribuite un po’ ovunque, e in particolare nelle zone più toccate da problemi quali lo spopolamento. Bastano tre soci, di qualsiasi forma siano. E la voglia di investire le proprie energie, la propria forza immaginativa e propulsiva per e con la comunità di un territorio ben definito».
Stocco si rivolge al pubblico, direttamente: «È da tutto il giorno che lavoro con l’amministrazione, e vi dico che qui siete pronti. Potreste prendere quella casa lì – oltre la strada c’è un palazzo con il cartello “Vendesi” e le imposte chiuse – e decidere di farne un ostello, o un forno, o una struttura di co-living per tutti voi che vorreste tornare a San Gregorio, e qui costruite rassegne, ma non trovate casa… Allora, chi se la sentirebbe?».
Dal pubblico si leva qualche risatina, ci si guarda di sottecchi. Poi una ragazza alza la mano, timidamente. È un inizio. Al termine dell’incontro, quando il sole sparisce dietro il verde e la sera si fa più gentile, apparecchiamo una lunga tavolata e continuiamo a chiacchierare di progetti e bisogni, di anarchia, agricoltura, arte del possibile. Discorsi da bar, in effetti. E lo penso di nuovo, mentre il giorno finisce: mi pare di esser capitata in un’altra epoca, lontano da questo 2026 di paura e assenza di futuro. E sembra possibile. Insieme.