800 038 499

Numero Verde gratuito

Email

info@ilveses.com

Quello che sai fare

L’esperienza di Matteo in Ecuador

Quello che sai fare

L’esperienza di Matteo in Ecuador

Matteo è appena tornato dall’Ecuador. Un sorriso gigantesco, un’aria di felicità intorno, una gioia nello stare al mondo che non capita spesso di vedere. E uno zoppicare su una stampella: giocando in una partitella di cortile in Ecuador si è rotto tibia e perone. «Ma mi hanno curato benissimo in ospedale», dice, «roba da non credere considerato il livello di povertà che ho visto dappertutto».

Matteo Perenzin, di Sedico, è partito per un’esperienza in missione con il Centro Missionario di Belluno, che i lettori de “Il Veses” ricorderanno. L’anno scorso avevamo raccontato la storia di un’esperienza in Madagascar, quest’anno andiamo in Centro America, perché il mondo, alla fine, non è abbastanza grande se lo vuoi davvero conoscere e nessun posto è mai abbastanza lontano.

Dunque Matteo: che ci facevi là?
«Niente di preciso, a dir la verità. L’esperienza in missione ti porta a misurarti con quello che sai fare ma che qui non consideri un valore aggiunto: come insegnare un po’ d’inglese ai bambini o giocare una partitella in cortile. Offrire sorrisi e momenti di tranquillità a chi di pace nella vita ne ha davvero poca ti costringe a riconsiderare le tue priorità».

In che senso?
«Nel senso che l’Ecuador è un paese povero, governato dal malaffare e con una società fortemente conservatrice: il patriarcato è normale, le donne non hanno diritti e non godono di alcuna considerazione sociale, i bambini vengono abbandonati a loro stessi e l’istruzione secondaria resta un miraggio per la maggior parte dei ragazzi. Almeno dei ragazzi poveri dei quartieri nei sobborghi della sconfinata capitale o nella provincia di Esmeralda, dove sono stato io. Così il poter lavorare a contatto con questa umanità impolverata e ignorata all’interno di strutture che danno accoglienza, un po’ di istruzione, un pasto decente e soprattutto la tranquillità di poter stare in amicizia a fare una partita a calcio in cortile è stato un dono del quale sono grato e il cui valore non avevo mai percepito così forte nella mia vita».

Cosa fanno e come vivono i ragazzi che hai incontrato?
«Io sono stato alla Fraternità Universitaria Santa Maria Del Paradiso, a Pomasqui, una casa per universitari che non possono pagarsi un affitto nella capitale e in una struttura che si chiama Cenit, a sud di Quito a due ore di autobus dalla fraternità, che è un centro dove le suore accolgono bambini di strada con diversi gradi di istruzione. Lì non si preoccupano cosa si mangia alla mensa o se ci sono nella stessa classe bambini di varie età. Già il fatto di essere lì è per questi giovani è una cosa straordinaria e preziosissima. Il sogno che hanno tutti i ragazzi che ho incontrato è andare all’ Università: con un costo per loro proibitivo (circa 1500 euro) resta un miraggio per molti. Non smettono mai di sperarci però, i sogni, almeno quelli, non costano niente».

È stata la tua prima esperienza come educatore?
«Io sono capo scout del gruppo Agesci di Sedico, sono abituato a stare con i bambini e i giovani. Lo scautismo è stato ed è per me una delle esperienze fondative della persona che sono.

Dedicarsi al servizio, cioè metterti a disposizione per quel che puoi degli altri ti impegna ma ti permette anche di non sentirti mai solo da nessuna parte. Le partitelle con i boce a Sedico o a Esmeralda, i campi passati a dormire in tenda e a mangiare quel che c’è sulle Dolomiti o nelle favelas, le partite a carte dopo una camminata sul Piave o nel refettorio di una casa famiglia in Ecuador hai la sensazione che ci siano sempre state, che cambi la quinta intorno ma la storia, la tua storia, sia sempre un continuo scambio e dialogo con il mondo. Nei due mesi che sono stato in Ecuador ho visto una miseria che non mi immaginavo, ho percepito come 35 centesimi per me siano niente mentre per uno che senza non può prendere un autobus per andare a scuola siano tutto.

Sono stato accolto ovunque, ovunque ascoltato, ovunque aiutato. Spero di avere dato qualcosa in cambio: certo il mio impegno, per quanto forte, non può cambiare la vita di nessuno. Tranne la mia.

Galleria Immagini

Acegli l’area tematica che più ti interessa oppure clicca sulla casa per ritornare alla Pagina Principale del sito.