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Quel ritratto vestita alla marinara

una storia vera di Santa Giustina

Quel ritratto vestita alla marinara

una storia vera di Santa Giustina

Questa è una storia vera. Per poter inventarne una simile si dovrebbe avere una fantasia tale da comporre una favola. Correva l’anno 1944, avevo dieci anni e frequentavo l’ultimo anno della scuola elementare di Santa Giustina. Le classi erano state sparpagliate in varie zone del paese perché il municipio, consueta sede scolastica, era stato occupato dalle forze tedesche. Le classi quarte e quinte erano state allestite a Colvago, presso Villa Bonsembiante; le altre (credo le terze) si trovavano all’Oasi del Mulino in via Lodi e i piccoli presso Villa Lion in piazzetta del Mercato, poco lontani dal centro.

Vivevo alla Locanda all’Angelo, che a quel tempo era gestita dalla mia famiglia e aveva dato il nome alla piazzetta. Accanto c’era un negozio di alimentari con annessa tabaccheria, vendita di valori bollati, cartoline postali o panoramiche, francobolli, sigari, tabacco e trinciato per le pipe, ma soprattutto sale grosso, molto richiesto dai vicini fornai. A quel tempo niente era confezionato. Non esistevano scatole, contenitori o sofisticati imballaggi: era tutto sfuso o al massimo in sacchi. Si vendevano a peso la pasta, i biscotti, le caramelle, i piccoli dadi Liebig e persino la marmellata o la salsa di pomodoro, che si servivano a cucchiai. Esistevano semplici forme di scambio tra vari generi come con le uova. Ricordo anche la “Pasta Bribano” che arrivava in pacchi di carta blu e veniva sistemata in cassetti a vetro, a seconda delle misure, e servita con delle capienti palette di legno!

Non c’era molto passaggio. Gli unici a chiedere alloggio alla Locanda erano i viaggiatori che passavano per le forniture. Annotavano le quantità e i tipi di merce mancante, che successivamente veniva consegnata in sacchi alla ferrovia o tramite dei camioncini. Lo stesso avveniva per i pasti. Impiegati di banca, posta e uffici si fermavano da noi a mezzogiorno. Un certo giorno si fermò da noi un signore che non apparteneva alla solita clientela e chiese alloggio. Disse che stava scappando da gente malvagia, che lo voleva morto. Non aveva il becco di un quattrino e non sapeva bene in realtà quanto si sarebbe fermato. Dopo qualche giorno assicurò che per il fine settimana se ne sarebbe andato via di notte per non essere seguito. Per pagare quanto doveva si offrì di fare il mio ritratto. Scoprimmo così che era un pittore!

Mia madre mi mise il vestito più bello che aveva preparato per me, che di lì a poco dovevo sostenere a Feltre l’esame di ammissione alla scuola media, secondo le regole del tempo. Lo studio infatti non era per tutti: “l’era roba da siori!”. Arrivata in collegio mi ritrovai con Arnaldo Mezzomo e Benito Nani, figlio di Ildebrando ufficiale di posta, che erano miei compagni alle elementari. Ci avevano preceduto Graziana Dalle Mule e Beppina Vigne, qualche anno più avanti di noi.

Vestivamo “alla marinara” scrisse Susanna Agnelli, parlando di quel periodo. Mia zia, la signora Maria Cecchet in Testolini, che era una sarta molto nota, usando la stoffa dei sacchi bianchi di cotone che contenevano lo zucchero, mi cucì una gonna a pieghe e una casacchina dove applicò la “marinara” acquistata nel negozio di stoffe del signor Antonio Doglioni. Fu così che, prima del passaggio alle medie, ottenni un bel ritratto, eseguito non con tecniche importanti (ad olio, a tempera o ad acquerello) ma con dei semplicissimi gessetti colorati. Da allora ha sempre fatto bella mostra di sé nella sala da pranzo della casa di un tempo, al piano superiore della locanda, debitamente firmato e datato. Osservandolo mi sovviene un cortile affollato di ragazzi schiamazzanti e una vecchia piazza brulicante di commercianti e avventori al tempo delle fiere. È passato molto tempo… era proprio un altro mondo, che a volte è dolce ricordare.

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