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Pullir e il sistema di colonie

un futuro di integrazione?

Pullir e il sistema di colonie

un futuro di integrazione?

La passeggiata di sabato 4 settembre a Pullir ha avuto lo scopo di rievocare lo spaccato di vita contadina all’interno delle colonie del paese, piene di vita nel corso del Novecento e invece, da un ventennio, disabitate e invendute. Vi hanno preso parte i Caratteri Atipici, con due letture significative sulla salute mentale, e l’architetto Andrea Bona, che segue oggi il progetto delle colonie, forte dell’esperienza feltrina presso Borgo Ruga. La domanda gli organizzatori si sono posti è: “Che futuro pensare per questi imponenti volumi in centro al paese che da così tanto tempo sono in stato di abbandono?”. La risposta forse possiamo trovarla scavando nella storia delle colonie e di come venivano utilizzate.

Un po’ di storia
Originariamente di colore rosa e di importanti dimensioni, erano suddivise in zona abitativa, stalla per circa 20 animali e una parte adibita a stoccaggio ed essiccazione del raccolto dei campi.
In centro a Pullir troviamo sei colonie, mentre altre due si trovano in zona più decentrata. Il testamento del nobile Napoleone Guillermi lascia nel 1899 queste colonie e tutti i terreni circostanti all’Ospedale Civile di Feltre, il cui nome di proprietario si vede ancora scritto sulle facciate di questi edifici. Inizia così un susseguirsi di famiglie di contadini molto numerose che a turno abitano questi edifici e lavorano i campi dell’Ospedale in mezzadria, devolvendo quindi metà del raccolto a questo padrone. Non finisce qui: l’Ospedale trasforma la villa in un centro psichiatrico e affianca ai contadini delle colonie alcuni di questi pazienti, chiamati “Ospiti”, con cui condividere la quotidianità, abitando e lavorandoci assieme.

Le testimonianze
Per capire questo particolare vissuto, durante la passeggiata, abbiamo incontrato e intervistato alcuni degli abitanti che sono nati, hanno abitato e lavorato nelle colonie. Le testimonianze sono stupefacenti: sentiamo dalla voce di Emilia che due Ospiti facevano molto spesso da baby sitter alle sue bimbe quando lei si doveva recare a Feltre all’Ospedale in bicicletta per portare le uova e altri prodotti. Adele racconta che, da piccola, spaventata dal racconto della sorella maggiore, non voleva salire le scale al buio da sola per andare in camera e ricorreva alla compagnia del fidato Niccolò, un Ospite grande e grosso che poteva difenderla da qualche fantasma sotto il letto.
Piero e la sorella ricordano la messa delle 6 del mattino nella cappella dell’Ospedale e la bontà delle suore nell’elargire la cioccolata calda e nel fare dottrina nonché vari corsi, come canto o cucito, ai paesani. Piero inoltre racconta che ben 14 bambini scorrazzavano nel piazzale della colonia 10, ora una delle Comunità alloggio dell’ospedale psichiatrico.
Le testimonianze che abbiamo ascoltato portano alla luce la figura chiave del facchino: un infermiere che accompagnava nelle trasferte del lavoro dei campi gli Ospiti che quel giorno erano di buona luna.
Questa figura oggi è pressoché assente: come ci racconta infatti Umberto, all’ingresso dell’ex Villa di Guillermi, manca la possibilità oggi di fare qualche lavoretto vero e proprio e le giornate sono lunghe da trascorrere a zonzo per il paese. Capiamo quindi da questi coloni, venuti anche da fuori provincia, la dignità e il valore dato agli “Ospiti”, persone non emarginate e capaci nella loro misura di contribuire al benessere del paese. Accanto a questa realtà delle colonie, nell’ex Villa, venivano invece ospitati pazienti con patologie psichiche più importanti, che vivevano una realtà molto più emarginata, seguiti dell’equipe composta da psichiatra, infermieri, cuochi, operatori, un sacerdote e alcune suore.

Verso l’abbandono
Con la legge 180 del 1978, caldamente voluta dallo psichiatra Basaglia, tutta questa realtà si è frantumata. I principi della legge 180 erano elevati, ma di difficile applicazione nella realtà. All’inizio degli anni 80 l’Ospedale Civile ha iniziato a mettere in vendita terreni e immobili, le famiglie di contadini sono tornate ai loro paesi di origine non potendo acquistare le colonie in cui erano in affitto o costruendo la casa altrove, come racconta Piero. Solo una delle colonie in paese è stata venduta: Giuliana, proveniente dalla zona del Vicentino, ci racconta, infatti, come ha visto subito nella colonia una struttura adatta per fare agricoltura biologica e il volume dell’immobile permette di dare accoglienza sia con B&B che ai giovani da tutto il mondo che aderiscono al progetto internazionale di lavoro dei campi. Avanza inesorabile la chiusura anche delle colonie-ospedale e oggi solo due strutture sono aperte: la ex-Villa e la colonia 10, che presto verrà chiusa.
Che futuro allora spetta a Pullir?
L’idea dell’amministrazione comunale è quella di far rinascere almeno due colonie in centro al paese. Come? Con la ricetta appresa in questa passeggiata: promuovere un tipo di agricoltura che dia lavoro a persone che stanno passando momenti di difficoltà, inserendole in un percorso terapeutico che restituisca loro dignità e speranza e inoltre creare spazi di aggregazione.
Per partire con questo ambizioso progetto saranno organizzati dei tavoli di lavoro dove diverse figure (cittadini, Ulss, aziende, privati,…) potranno contribuire con le loro conoscenze e idee per definire il progetto. Rimbocchiamoci le maniche…

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