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Prendersi cura delle montagne con le parole

Prendersi cura delle montagne con le parole

Da dieci anni la rivista online altitudini.it, fondata e diretta da Teddy Soppelsa, organizza il blogger Contest: un appuntamento virtuale dove blogger, scrittori e di recente anche illustratori e podcaster, sono invitati a raccontare la montagna attraverso una loro opera creativa. Nell’occasione del decennale del Blogger Contest, Eva Toschi – anche lei è una autrice di altitudini – ha colto l’occasione per porre a Teddy Soppelsa alcune domande che ci portano a riflettere sul presente e sul futuro della scrittura di montagna. Di seguito pubblichiamo alcuni stralci dell’intervista che può essere letta integralmente nel sito di altitudini.it a questo link www.altitudini.it/prendersi-cura-delle-montagne
Teddy, quanto conta per te leggere il racconto delle esperienze altrui?
Se parliamo di racconti, almeno quelli che pubblichiamo su altitudini, è bene fare una distinzione tra i racconti “dal vero” e i racconti “di finzione”. Nei racconti “dal vero” si entra nella sfera dell’empatia, cioè la capacità di “mettersi nei panni dell’altro” ed è a questo punto che il racconto diventa fonte d’ispirazione, ma anche di apprendimento. Nel racconto “di finzione” invece il meccanismo di ispirazione e apprendimento è ancora più potente perché, paradossalmente, ci permette di vivere per davvero le storie che leggiamo; infatti, ci spinge ad andare oltre il vero. In un caso o nell’altro, leggere un bel racconto mi porta a trovare delle conferme ai miei pensieri, più che cercare in quelle righe nuove idee o esperienze da ripetere.

Oggi si vede una storia su Instagram e si pensa “lo posso / voglio fare anche io!”. Cosa ne pensi?
È possibile che processi di emulazione, indotti da foto e video spettacolari nei social media, possano portare qualcuno a cacciarsi in qualche guaio. Tuttavia, la maggior parte delle persone seguono le gesta di questi “atleti dell’estremo” con la curiosità di vedere cosa combinano, più che per emularli realmente. Comunque, quasi mai queste storie social sono lo stimolo per una sana motivazione alla pratica sportiva, spesso assomigliano più a delle mode. Quello che noto invece è che l’attività in montagna e le destinazioni di un singolo sono spesso influenzate dal comportamento sociale dei gruppi di amici sui social network.

Le parole trovano il loro spazio nel mondo dell’immagine?
Le parole continueranno a trovare il loro spazio nel mondo dell’immagine a patto che si abbia qualcosa da dire. I blogger continueranno ad avere un loro ruolo solo se sapranno creare contenuti di qualità, cosa che l’influencer non fa, perché il suo fine non è creare buoni contenuti ma influenzare i gusti e ottenere molti follower sui social. Le storie che si leggono su altitudini hanno l’ambizione di ispirare e non influenzare. Ogni giorno vediamo quanto le tecnologie digitali possono creare dipendenza e generare ulteriore isolamento e quando constatiamo che attraverso le storie di altitudini si creano connessioni profonde e durature tra le persone, allora è evidente la differenza tra autori di storie e “semplici” influencer.

Quale pensi che sia il futuro del racconto di montagna?
Nel nostro piccolo da dieci anni proviamo a lanciare e intercettare segnali di “come narrare” la montagna. Ogni anno con il Blogger Contest cerchiamo di spingere gli autori a trovare una loro via, una propria voce e ad allontanarsi dalle idee rimasticate di montagna comune e dominante. Il nostro immaginario si sta riducendo e l’urgenza è di praticarlo con ogni forma creativa e artistica. Vedo anche un’altra urgenza: la narrativa di montagna dei prossimi anni dovrebbe prendersi cura delle montagne con la parola. La letteratura di montagna deve reagire e raccontare come la montagna sta cambiando, ma lo deve fare in opere realiste, che raccontano narrativamente il mondo per come è.

Ci puoi dire tre libri che ti hanno motivato a esplorare nuovi modi di vivere la montagna?
Più che tre libri, mi vengono in mente le produzioni letterarie di tre grandi autori: Dino Buzzati e Mario Rigoni Stern. Il bosco degli urogalli e Il segreto del bosco vecchio sono i loro libri che per primi, ancora adolescente, mi hanno rapito. Accanto a questi due giganti della letteratura italiana ci metterei lo scrittore inglese Robert Macfarlane che considero tra i migliori saggisti di montagna. Di Macfarlane apprezzo la scrittura esplorativa, la capacità di leggere il paesaggio nella sua bellezza, quanto nei suoi lati più drammatici e inquietanti. Il suo ultimo libro Underland ci spinge ad andare oltre l’immaginazione. È un esempio di come la narrativa di montagna, se esiste, può prendersi cura delle montagne con le parole.

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