Scendendo da Faverga verso Pittanzelle, il paesaggio sembra quello di una cartolina postale di inizio Novecento, quelle con le mucche al pascolo, la casetta in mezzo al prato, la strada tra i carpini. Il borgo di Pittanzelle, molto antico, si raggiunge al termine di una stradina solitaria che sfocia in una piazzetta attorniata da case, di chiara impronta rurale. All’orizzonte, ville di ultima generazione con piscina e cancellate anti-curiosi, balle di fieno e campi. La casa dei miei ciceroni di questo mese è la più vecchia del borgo, e mantiene intatto il fascino delle colonie di inizio Novecento. A parlarmene sono Maurizio De Barba e sua moglie Katja Furmenti, nati e cresciuti a Pittanzelle.
Un nome, due versioni
Intanto ditemi: “Pittanzella” come c’è scritto sulla tabellazione o “Pittanzelle” come dicono a Castion? (Nel mio giro ho imparato che i nomi dei luoghi, a Castion, sono tutt’altro che scienze esatte). «Noi abbiamo sempre detto “Pittanzelle”, e sembra che sia giusto questo nome, con la “e” finale visto che anche recentemente, in occasione di permute di proprietà, ci è capitato di vedere come primo proprietario di queste terre il conte Pitancelle, ancora nel Seicento».
Un borgo rurale antico
È sempre stato un borgo rurale, quindi. Sorto per governare e coltivare le terre del conte. «Sì, successivamente la proprietà è passata ai De Bertoldi, e qui come contadini sono arrivati i miei da Vena D’Oro dopo la Prima guerra mondiale, nella casa dove siamo ancora oggi a fare, dopo cento anni, la stessa attività».
Intorno, nel borghetto, ci sono ristrutturazioni di pregevole fattura, una casa signorile chiusa e un po’ in decadenza, un vecchio forno che ha visto tempi migliori e una stradina che si infila tra le case e porta verso la campagna. Maurizio e Katja mi accompagnano nella loro terra: c’è una vecchia stalla con sei vacche pasciute e pacifiche, una stia con tre maialoni che sonnecchiano nella canicola del pomeriggio, un pollaio con un ragguardevole numero di galline, tre quattro gabbie per i conigli, una capra curiosa. Oltre a Laky, il cane pastore attualmente disoccupato. «Noi alleviamo animali da carne, abbiamo anche un gregge con quaranta pecore che adesso è in villeggiatura sul Serva (ridono). C’è sempre molto da fare tra le bestie, il campo, l’orto, i prati. È un lavoro senza ferie, feste, orari, ma ci piace molto. Anche i miei figli lavorano nel ramo: uno in un’azienda agricola più grande e l’altro in un macello qui vicino».
Lana senza mercato
Vendete anche la lana delle pecore? «In realtà non è possibile perché non c’è un mercato locale o comunque un qualche sbocco commerciale: qualche anno fa avevamo provato con una cooperativa ad avviare un progetto sulla lana bellunese, ma dopo un po’ abbiamo dovuto rinunciare perché era antieconomico».
Un borgo che cambia
Come avete visto cambiare il borgo negli anni? «La struttura è rimasta tale e quale nel senso che non ci sono state nuove costruzioni. La disposizione è rimasta quella: tutte le case hanno sbocco sulla piazzetta. Quella che è cambiata, ovviamente, è la destinazione d’uso: le “tiede”, i fienili, le stalle, le “stie” sono diventate case e appartamenti. Vedi lì? (mi indica una bella ristrutturazione dove si vedono, murate, le tracce di una vecchia apertura). Lì ci si passava con i carri di fieno».
Ma vi conoscevate già o sono nuovi arrivi? «Sono arrivate persone che vivevano magari via, ma che sono originarie di qui. Ci sono anche un paio di case chiuse da anni perché i proprietari sono invecchiati e non è più arrivato nessuno. Una volta veniva qualcuno dalla città in villeggiatura, adesso non capita più. E dopo un po’ ci si dimentica anche di avere una vecchia casa che custodisce ricordi che, evidentemente, non interessano più».
Maurizio e Katja, portando avanti in famiglia un’attività che una volta era di tutte le famiglie ed ora è sempre più rara da trovare, più che ricordi custodiscono mestieri, sapere contadino, cura di un territorio che, come vediamo ovunque ormai, ha sempre più bisogno di essere accudito.