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Pio Solero

Autentico figlio dei monti

Pio Solero

Autentico figlio dei monti

Quando un pittore si pone di fronte alla montagna, di solito vince la montagna, in quanto l’incombente fascino del paesaggio montano finisce con il sopraffare il pittore, che si sente, in un certo senso soggiogato dalla bellezza della natura e quindi in una situazione più passiva, riproduttiva, che attiva e ricreativa. Infatti non sono molti gli artisti che riescono a raffigurare la montagna nella sua essenza, senza cadere nella retorica e tra questi c’è sicuramente Pio Solero, un autentico figlio dei monti.
Nato a Sappada il 3 marzo 1881, sospinto da un carattere forte inizia ad appassionarsi alla pittura; nel 1898 si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Venezia a dispetto delle aspettative del padre che l’avrebbe voluto avvocato. Acquisita una certa padronanza con la tecnica pittorica legata, Pio decide di conoscere orizzonti più vasti nel tentativo di slegarsi dal gusto veneziano eccessivamente accademico; in un primo momento si spinge a Roma, dove non trovando gli stimoli che andava cercando, decide di trasferirsi a Monaco di Baviera dove si avvicina all’espressionismo tedesco, sulla scia di altri pittori cadorini.

Per Solero dunque, se da un lato Venezia gli aveva dato la possibilità di imparare le tecniche artistiche, di affinare la capacità disegnative e coloristiche soprattutto legate alla lettura e alla raffigurazione del paesaggio, Monaco lo catapultava all’interno del dibattito artistico internazionale, trasmettendoli nuovi impulsi e urgenze e facendolo dialogare con le avanguardie del momento. Il primo periodo di attività artistica, realizzata soprattutto all’estero e della quale ci rimane ben poco, viene bruscamente interrotta dalla Grande Guerra che vede Solero direttamente protagonista dei tragici eventi bellici sul fronte carnico.

Negli anni 20 il pittore, nella piena maturità artistica, si impegna nella realizzazione di una serie di opere in diversi ambiti locali iniziando il percorso che lo porterà ad essere tra i più importanti interpreti del paesaggio delle Dolomiti: lo troviamo infatti impegnato nella chiesetta di Pocol a Cortina (1919), a Misurina nella Chiesa della Madonna delle Grazie (1923), nella decorazione dell’Albergo Progresso a Pieve (1923).

Questi lavori confermano la crescente fama raggiunta in quel tempo dall’artista sappadino, la quale trova la definitiva consacrazione nel 1924 con la partecipazione alla sua prima mostra collettiva a Cà Pesaro dove espone otto quadri, particolarmente apprezzati dalla critica. Solero dimostra di essere essenzialmente un realista il quale scarta i filtri culturali e le simbologie proprie delle avanguardie per abbandonarsi alla natura senza barriere né intermediari. La sua è una pittura d’istinto propria del montanaro, capace di scalfire le apparenze bucoliche per scavare nell’anima degli elementi naturali. Si dimostra un puro, che si affida alla gioia della visione e la rende sul quadro con a sua intatta fragranza, “come un buon pane casereccio che ha profumo e sapore intatti” affermava lui stesso relativamente alle sue opere.

Nel corso della sua lunga carriera Solero mai s’è avventurato sui terreni illusori di una pittura oltre all’immagine; lui è rimasto nella pittura, dentro di essa, calato fino al collo nello sforzo di renderne l’essenza. La sua lunga vita può essere riassunta in un crescendo di successi artistici contrapposti ai drammi umani che lo hanno fortemente turbato, come accade nell’agosto 1934 quando il figlio Argentino, aviatore, perde la vita in un incidente di volo.

Solamente una anticipazione della tragedia che lo segnerà per sempre: nel luglio del 1944 un assalto partigiano causava la morte di Maria Treichl, moglie di Solero, colpevole solo di essere tedesca, abbandonando il corpo esanime tra le sterpaglie nella Val Pesarina oltre al suo arresto con l’accusa di fascismo.
Nell’arte trova la capacità di “risorgere” diventando un punto di riferimento per i tanti giovani artisti che volevano approcciarsi alla pittura di paesaggio negli anni del secondo dopo guerra. Molti lo ricordano come un vecchietto molto attivo e presente nella vita pubblica nel territorio, si spostava con l’immancabile bicicletta e scandiva le stagioni tra caccia, pesca e arte. Amava ricordare che “l’arte è l’ultimo mio mestiere. Prima sono cacciatore, poi pescatore, terzo cuoco e a tempo perso pittore”. Parlando di pittura invece ripeteva “comincio a capire adesso”, consapevole che l’arte è un linguaggio che si affina con il tempo, attraverso lo studio e l’intuizione, la tecnica e l’abilità. Il suo pallino fisso era di insegnare ai giovani che “l’impulso emotivo non deve mai sopraffare la tecnica”.

La parabola umana e artistica trova il suo epilogo nella morte dell’artista giunta il 18 aprile 1975. I giornali dell’epoca riportano varie dimostrazioni di stima nei confronti del maestro di Sappada, ritenuto uno dei migliori interpreti d’arte delle Dolomiti. Completando una delle sue ultime creazioni, un paesaggio molto vicino al disfacimento della forma, confesserà alla figlia Mariuccia di aver sbagliato tutto. “Oggi, disse, mentre sto per andarmene, sarei in grado di ricominciare tutto da capo, per vivere una nuova vita da pittore”.

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