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Perché evitare di calpestare le “pèche”

il patrimonio invisibile che va preservato

Perché evitare di calpestare le “pèche”

il patrimonio invisibile che va preservato

C’è qualcosa di impalpabile che ci unisce, anche se spesso non ce ne accorgiamo. È nei gesti quotidiani, nei modi di dire, nei canti dimenticati dei nostri nonni. È ciò che resta perché radicato in noi: il patrimonio immateriale. Terribilmente fragile, proprio perché evanescente, è fatto di parole, suoni, riti, saperi, dialetti, fiabe e leggende che hanno dato forma alla nostra identità collettiva. Ma oggi, nella frenesia del mondo digitale, anch’esso labile per sua natura, riusciremo a conservarlo? O lo lasceremo dissolversi, come la voce di un narratore che nessuno ascolta più?

La Convenzione Unesco del 2003 lo ha definito “eredità culturale vivente” e ne ha imposto la tutela. Ci siamo chiesti quanto essa abbia funzionato, a distanza di oltre vent’anni. Come ricorda la ricercatrice Daniela Perco, perché un bene immateriale continui a esistere deve essere trasmesso, vissuto, reinterpretato. Eppure, le fiabe si leggono sui social più che al filò, le leggende diventano spesso attrazioni turistiche, i dialetti si perdono inevitabilmente con il passaggio delle generazioni.

Nel Bellunese sopravvivono in realtà (qualcuno le racconta ancora) storie di Anguane e Om Selvàrech, di santi e di spiriti maligni notturni, la cui origine si perde nei secoli, nate all’origine con obiettivi precisi: erano semplicemente delle verità, degli insegnamenti nascosti, volti spesso a far capire come affrontare sfide quotidiane e a come vivere in armonia con una natura potente e imprevedibile. È da capire se, venuti a mancare tali scopi, ha ancora senso raccontare queste leggende e dunque preservarle.

Come si salva qualcosa che non si può toccare? Registrare, trascrivere, digitalizzare sono certo delle soluzioni, ma serve un impegno costante di istituzioni, scuole e in primis della comunità. La modalità forse più semplice è quella di tramandare questo sapere, narrandolo ai bambini. Come ci ricorda Federica De Col, leggere ad alta voce o raccontare insieme può essere un atto di cura: un modo per restituire alla parola il suo potere originario, quello di unire. Insomma, alla fine, il monito per tutti è di seguire un po’ il nostro amico Mazaròl: lui è capace di insegnarci le tecniche per fare il formaggio e per accudire il bestiame, come noi possiamo essere abili a tramandare saperi e leggende delle nostre terre. Ma, siccome siamo umani, è un attimo incappare nelle “peche” (impronte) del dispettoso folletto dei boschi e, in un istante, dimenticarsi tutto, anche di noi.

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