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Paulo e Caterina

quando che la fam la era tanta

Paulo e Caterina

quando che la fam la era tanta

Non abbiamo proprio nessuna percezione di cosa volesse dire un tempo avere fame. Per comprenderlo dovremmo rileggere i tanti testi scritti su “L’an de la fam del 1917-18”, o spulciare qualche ricordo di testimonianze vissute dai nostri nonni. No, noi abitanti del terzo millennio dell’emisfero boreale, non lo sappiamo, salvo chi è andato negli ultimi due anni a Gaza a vedere le condizioni disumane della gente e dei bambini sofferenti per la mancanza del primario bisogno dell’uomo: il cibo.

Un paradosso davvero scandaloso di differenti condizioni umane, che si distinguono in poche migliaia di chilometri di distanza tra povertà e opulenza. Eppure, un tempo “la fam la era tanta”, e uno dei metodi per soffocarla era, oltre la inconsistente e onnipresente polenta, ruminare il piatto di “Paulo e Caterina”. Tutt’altra cosa rispetto alla famosa pala d’altare Deesis tra i santi Paolo e Caterina di Giulio Romano che è un dipinto eseguito nel 1520 e conservato presso la Galleria nazionale di Parma ritenuto fino all’Ottocento erroneamente un capolavoro di Raffaello.

Paulo e Caterina era un bollito vegetale a base de sorc e fasoi. Messo in un pignatèl sora la fornela, al sorc duro e secco e magari neanche di qualità, cuoceva a fuoco lentissimo dopo averlo messo in moi anche per tre quattro giorni, finché diventava molle. In dialetto si diceva che “al sorc al pipéa sora ala piastra de la fornela a zerci”.

Alla cottura lenta del sorc, nelle ultime ore le nonne aggiungevano i fagioli secchi che avevano tempi di cottura minori rispetto a granoturco, altrimenti si sarebbero spappolati, bisognava che i fasoi i deventase negri alora si che i era pronti. Durante questa lunga cottura le donne aggiungevano di tanto in tanto un po’ di acqua. Il tutto pian piano si amalgamava, con il sorc che prendeva un po’ di sapore di fagiolo e il fagiolo che sapeva da sorc. Intanto un profumo semplice e genuino inondava la cucina unico ambiente caldo dopo la stalla delle bestie.
Paulo e Caterina era un antidoto stagionale alla fame come al stracafàm (minestròn con polenta e lat) o la posagnata (badane, zuca, panoiòt, patate, il tutto cucinato nel calieròn de la lisièra).

Paulo e Caterina non era proprio un piatto da far pasto, quanto un boccone per soffocare la fame tra un pasto e l’altro visto che spesso un tempo le famiglie non riuscivano a fare tre pasti in un giorno, diminuendoli a due: uno verso le nove di mattina e l’altro alle quattro del pomeriggio.

Si costumava accompagnarla da ‘na “sboconada de vin grinto” che aggiungeva al tutto qualche caloria in più par combater al frét. La fam la era tanta, tanta quasi come la fede dei nostri avi.

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