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Passaggio di testimone sotto lo Schiara

Passaggio di testimone sotto lo Schiara

Da sempre la Valle dell’Ardo si trova là, lungo quella direttrice nord-sud che collega la Schiara a Belluno. Da sempre guardo ed ammiro quella montagna alla testata della valle, dalla mia casa in via Lungardo di fianco al Borgo Pra. Eppure io, quella valle ho iniziato a percorrerla tardi.

Quel tragitto negli anni 60 mi pareva ancora troppo lungo, persino ricco di incognite, per poter raggiungere quella montagna dalla conformazione simile a un quasi castello, con quello strano obelisco appoggiato sulla sua schiena. Una vera dolomite, si sarebbe detta. Ma questo lo avrei scoperto solo successivamente. A quel tempo lo si poteva solo sperare.

In quegli anni avevano comunque incominciato a circolare le prime notizie che parlavano della Valle dell’Ardo, della Schiara, delle tante iniziative in corso. La prima volta che mi sono inoltrato sino al rifugio, sino al Porton scolpito nella roccia del monte, avevo poco meno di 20 anni. Ero stato accompagnato alla scoperta di quell’ignoto misterioso da un amico ben più giovane di me. Quell’amico quindicenne mi era stato “affidato” dalla sua famiglia, che – bontà sua – aveva trovato il modo di stimarmi e sperava che il loro figliolo finisse in mani sicure. Ma i percorsi della vita sono i più strani, imprevedibili. Era stato Angelo a prendermi per mano, almeno nelle prime “esplorazioni”.

E poi? Quante volte avrei ancora risalito quella valle, accompagnato da giovanile esuberanza, raggiungendo quel sogno che inizialmente mi era parso inavvicinabile? Tante davvero!

Quella valle mi avrebbe portato a scoprire la Schiara col suo Rifugio 7° Alpini inaugurato nel 1951, i suoi bivacchi, le sue ferrate. Mi avrebbe portato ad apprezzare la straordinaria panoramicità dall’alto, verso la montagna più settentrionale, verso la pianura, il mare. E nel tempo quella valle che da Belluno mi portava verso la Schiara si sarebbe arricchita sempre di più, portandomi a scoprire non solo il selvaggio di un mondo diverso, ma anche i tesori più vicini disseminati lungo quella valle: Corontola, Mortis, Bus del Buson, Farsora, solo per citare i più evidenti, i più noti.

Col tempo quella valle, quella montagna, sarebbero state inserite in un Parco Nazionale, divenendone il cuore, e parti sostanziali della mia vita. Del mio stesso vivere. Non solo per le tante frequentazioni, ma anche in conseguenza di quei tanti incontri, che sarebbero diventati occasioni di scrittura, di articoli, di libri, di serate, sino a materializzarsi in tempi più recenti nel volumetto “Schiara Montagna regina”, una meta, un traguardo.
Se con l’avanzare dell’età, la montagna mi era sembrata essere diventata sempre più piccola, meno ignota, meno misteriosa, improvvisamente però quella realtà si sarebbe capovolta. Le distanze si sarebbero fatte sempre più grandi, i dislivelli raggiunti sempre minori, i tempi più allungati. Eppure la montagna non era mutata, sempre eguale, anche quando sembrava essersi allontanata, divenendo di nuovo quasi irraggiungibile per sopraggiunti miei limiti di età.

Sabato 14 agosto 2021 mi ero ripromesso di tornare per un’ultima volta, alla soglia dei 76 anni, almeno sino al Rifugio 7° Alpini. In realtà non sapevo nemmeno se ce l’avrei fatta.

La montagna era sempre lì pronta ad accogliermi. Solo che io mi sentivo diverso. Carico di anni, di acciacchi, di peso. Ma quel giorno di agosto la montagna, nonostante un caldo afoso, sembrava comunque vogliosa di accogliermi ancora una volta in tutta la sua bellezza.

Con la mia compagnia, con la novità di quel giorno. Tra i miei nipoti, il più grande, Francesco, di 11 anni, aveva infatti voluto aggregarsi a noi. Anzi, era stato lui a “costringermi” ad andare forse per un’ultima volta, al rifugio del cuore, per conoscere da vicino la Schiara. Francesco non porta il cognome Dal Mas del nonno, ma comunque un cognome tipicamente bellunese, agordino. Bulf.

Ma dentro di lui egli sembra già portare una passione comune per la montagna, una capacità di vedere, di interrogarsi. Quell’ “ultimo” giro costruito sulla fatica, sulla volontà, forse cela un simbolico passaggio di consegne, di testimone, tra un anziano e un giovane. Una continuazione. Così almeno da nonno, mi piace pensarla.

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