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Pascolo in Palia

La storia racconta che è possibile

Pascolo in Palia

La storia racconta che è possibile

Nel Bellunese la pastorizia era un’attività molto diffusa nel passato, ma che con l’avvento dell’era moderna s’è persa quasi del tutto. Qualcuno ricorda ancora la transumanza dei pastori lamonesi, del loro incomprensibile linguaggio per richiamare pecore e cani a continuare il cammino. “Ulalampolampotootacaferro!!”. Lampo e Ferro erano probabilmente i nomi di due cani pastore, identificabili in questo rimbrotto pronunciato in un’unica parola: “Ulalampolampotootacaferro!!”.

L’allevamento delle pecore, oltre a perdere nel tempo i suoi protagonisti, è oggi ostacolato sia dalla burocrazia che da infinite regole. Esempio: la lana un tempo era una risorsa preziosa; chi passava dai materass de fuga (foglie delle pannocchie) o crìna a quei de la de féda, lo faceva perché aveva migliorato la sua condizione economica familiare. Ora la lana di pecora è annoverata tra i rifiuti speciali da eliminare con un protocollo al pari di quelli industriali! Il pascolo libero non è ammesso, se non con il consenso dei proprietari. In giro c’è tanto abbandono dei prati con irreversibile avanzata del bosco, ma anche qui la burocrazia campeggia.
PASTORIZIA OGGI
Nonostante tutto, per fortuna, negli ultimi anni diversi giovani si sono riaffacciati a questa attività vecchia come il mondo e ai mestieri artigianali derivati come la lavorazione della lana cotta, la produzione di latte e prodotti caseari di alta qualità. Ma non basta.
Sono notizie di cronaca di inizio mese le problematiche legate al pascolo di un gregge di pecore nell’asta del Piave dei Maserot. Eventi che scoraggiano i giovani imprenditori che, oltre a dover sopportare la fatica di questo lavoro, si scontrano con i problemi di convivenza col territorio.

LA PROPOSTA DEL COMUNE
È sempre di questi giorni un’importante proposta del comune di S. Gregorio che ha messo a disposizione i pascoli che circondano l’ansa della zona di Palìa alle pendici del Pizzocco, un tempo già destinati alla pastorizia di ovini. «L’amministrazione è favorevole – afferma il vicesindaco Giampietro Frescura – il territorio si addice, i sopralluoghi fatti dagli esperti confermano di presenza di acqua sufficiente, l’Ente Parco è favorevole, anche i faunisti sono contenti perché, tenendo pulito il territorio, si creano condizioni propizie per il ritorno di alcune specie di volatili. Cesiomaggiore ha già assegnato la montagna della Perina a un allevatore».
Una proposta importante, indirizzata a favorire i giovani a intraprendere con coraggio questo antico mestiere, in un posto dove la pastorizia ha già scritto la sua storia.

Riproponiamo un tratto dell’articolo di Augusto Casal

pubblicato nel numero di agosto 2006 de “il Veses”

“La passione per le greggi mi fa tornare in mente l’anno 1942, quando ero un ragazzino di 12 anni. Il pastore aveva raccolto una mandria più numerosa del solito: erano più di 1600 pecore. (Raccolte tra le famiglie da Anzù a Sospirolo N.d.R.) […] La partenza avveniva alle Mandre, salendo si arrivava a Fiòc, e poi su al Côvol dei Cassol, infine ala Pèrtega, posto bellissimo da dove si vede tutta la valle dal Grappa al Cansiglio. Si passava dietro la Forzeléta e la Pèrtega, la Foppada, il Cargadòr, il Camp, posto tranquillo con tanto pascolo, senza pericoli. Vi era una capanna dove dormire e preparare la polenta. L’acqua era poco lontana: si faceva la prima polenta, si mungevano le capre e si mangiava polenta, formaggio e latte.

Ci fermavamo lì per otto-dieci giorni, poi si saliva a Sassagnei, crinale della cima delle nostre montagne, luogo pericoloso, bisognava sempre stare attenti: se si scivola sul versante a nord non ci si ferma più. Là non c’era acqua o, meglio, la si trova lontano e, dopo lunga camminata, nel secchio ne era rimasta ben poca. […] Dopo 5 o 6 giorni si saliva verso la cima d’Intrigos, ognuno con il proprio carico radunava il gregge e lo spingeva lungo il sentiero obbligato e stretto. Di tanto in tanto bisognava anche contare le pecore: la conta la fa il più grande dei ragazzi. Per non sbagliare si tengono in tasca dei sassi e se ne butta uno quando sono passate cento pecore. […] A Intrigos c’è poco pascolo, si può gustare una buona polenta, si mungono le capre, si mangia come sempre polenta e lat, si beve acqua dal secchio. […] Non si stava mai senza far niente, bisognava correre tutto il giorno anche perché le nostre montagne sono abbastanza pericolose. […] Come casa ci si rifugiava nei côvoi sotto le rocce, due tre lamiere pesanti che ci portavamo dietro e qualche coperta. […] Ogni 5-6 giorni a turno due discendevano a casa per il carico e si risaliva il giorno dopo. […]”.

Il suggestivo racconto continua descrivendo del pericoloso passaggio sul “Scalòn”, dei pascoli di Cìmia, a quelli del Forca. Lavoro duro, certo, ma che, con qualche “ammodernamento”, potrebbe ritornare.

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