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Palmira: una vita, due vite

Enzo

Palmira: una vita, due vite

Enzo

Bondì Palmira e… tanti auguri! Così mi presento alla mia paesana che l’8 gennaio ha compiuto 96 anni! Palmira Zanolla, figlia di Giorgio (Nini) e di Rachele Fregona, nasce nel 1928 ed è la penultima di dieci figli (nove femmine ed un maschio). Il papà Giorgio, sposato con Anna Bortolin, è emigrante in Germania.

Sono i primi anni del secolo scorso e a Müllerbach, dove lavora, risiede pure la sua famiglia composta, oltre che dalla moglie Anna, anche da sei figlie nate chi in Italia, chi in Germania. Nel 1914 tira aria di guerra e così Giorgio, per non rischiare di essere arruolato nell’esercito tedesco, decide di rientrare in Italia a Salzan con tutta la famiglia. Il viaggio di rientro, che durerà circa due mesi, si rivelerà a dir poco rocambolesco. La poca roba viene caricata su di un carretto trainato a turno da tutta la compagine.

Durante il viaggio una delle sei figlie (Jole) muore e, appena giunti in Italia e sistematisi a Salzan di Santa Giustina, viene a mancare anche la moglie. Giorgio, vedovo e con cinque figlie, si risposa con Rachele che gli darà altri quattro figli (tre femmine ed un maschio) fra cui, appunto, Palmira.

L’infanzia e la trasferta a Milano
Palmira, che nasce dopo un aborto gemellare spontaneo, sarà una creatura gracile e malaticcia nei primi anni di vita. Spesso è costretta accanto al poco fuoco di casa, mentre le sorelle giocano all’aperto. Ha sempre mani e ginocchia sbucciate perché sovente cade inciampando su se stessa.

Più tardi con l’inizio della scuola elementare, che frequenterà fino alla classe quinta e sempre con la maestra Locatelli, queste difficoltà fisiche sembrano scomparire, e risulterà una brava scolaretta. Così, al termine della quinta, nel 1940, si guadagnerà il diritto di poter andare a servire a Barate di Gaggiano (a sud-ovest di Milano) presso dei ricchi proprietari terrieri: i signori Cantalupi. Palmira ha dodici anni e rimarrà a servizio per cinque anni. Sono gli anni della seconda guerra mondiale.

Le chiedo di qualche particolare ricordo e lei, per primo, mi elenca la fame che era comune per la servitù di tutte le famiglie seppure ricche o agiate.

Palmira prestava servizio in casa e non in campagna e racconta che le fu donato uno sgabello per poter meglio gestire il lavaggio dei piatti e delle pentole nel lavello troppo alto per la sua statura. Mi racconta anche che il suo passatempo preferito era quello di andare a rane nelle risaie della proprietà. Ce n’erano tantissime e Palmira le raccoglieva, le sopprimeva, le mondava della pelle.
Era poi la padrona che le cucinava in diversi modi o maniere. Prelibatezze mi dice, perché… la fame era tanta! Ricorda anche di aver spedito dei pacchi di riso alla sua famiglia a Santa Giustina, in quegli anni una vera manna! Spedì pure, con il beneplacito dei padroni di casa, del riso a suo cognato Giosuè, prigioniero in Russia; riso che arrivò a destinazione.

Palmira nei cinque anni di permanenza a Gaggiano, rientrò a casa a Santa Giustina una sola volta nel gennaio 1944. Appena oltrepassata con il treno la stazione ferroviaria di Verona, 120 quadrimotori americani sganciarono una impressionante quantità di bombe che rase al suolo mezza città. Palmira era passata di là cinque minuti prima!

Al termine della guerra trova un nuovo impiego per altri tre anni presso i signori Zippel, di radice trentina. Dalla periferia milanese approda in città. Sono i tempi degli sconvolgimenti politici e sociali nel paese. Si sceglie fra repubblica e monarchia, viene promulgata la nuova Costituzione e si concede finalmente il diritto di voto alle donne! In casa Zippel il padrone dice spesso: «Se vanno al potere i comunisti, prendo tutta la famiglia ed emigro in America!».

Il ritorno a Salzan e
una vita da ricostruire
Palmira rientra nel 1948 e l’anno successivo, il 19 febbraio, si sposa con Guglielmo (Gelmo) Lamosano dal quale avrà due figlie. Palmira, in questi otto anni di assenza, ha perso quasi tutti i contatti e le amicizie di infanzia e adolescenza. Tanti coetanei sono emigrati, e lei deve ricostruirsi una nuova vita sociale. Sa lavorare solo in casa e le nozioni o pratiche contadine non le ha mai apprese. La sua nuova famiglia, con Gelmo manovale edile, contempla anche una stalla con tre mucche, maiale e pollame. In poco tempo Palmira sarà costretta ad apprendere pratiche come mungere, governare gli animali, sfalciare, ecc.

Nelle stesse case “Lamosano”, in via Cal del Vento, viveva anche suo suocero (so missiér) Bepi. Bepi che ha un passato di emigrante in Germania, pur non essendo un fervente frequentatore delle pratiche religiose, è comunque appassionato lettore e possiede (cosa rara a quel tempo per i laici) una Bibbia. Dice spesso: «Eh, gnerà ancora guère e carestie! Eh, Satana al gnerà a sconvolger tut e tuti!». Parole, quasi anatemi che un po’ turbano anche Palmira, fervente praticante della Chiesa cattolica. «Disèu che-mo Bepi; son pena gnésti fora da na guèra, no sté ciamàrghen altre-no!». E Bepi: «L’é tut scrit qua ntela Bibia!». Questo testo, un giorno chiesto in prestito da un prete santagiustinese suo amico e parente alla lontana, non gli sarà restituito e questo gesto farà sì che Bepi se la prenda non solo con il prelato ma anche con tutto l’apparato ecclesiastico!

Un incontro inaspettato
Nel 1971 un giorno arrivano a casa sua due distinte persone. Si presentano come “testimoni di Geova”. Palmira, memore probabilmente di qualche versetto o proclama del suocero, spiega e parla con loro delle sue sensazioni. È un fulmine a ciel sereno! Da quel momento lei vedrà in Geova e i suoi princìpi biblici la Verità! Da quel giorno, sfidando pregiudizi e inevitabili difficoltà famigliari, abbraccerà questo nuovo credo che da subito condividerà assieme ad altre due sole adepte santagiustinesi. Palmira diventerà in poco tempo uno dei punti di riferimento dei testimoni di Geova nei nostri paesi.

Le chiedo come e dove abbia potuto trovare la forza di affrontare tutte le inevitabili difficoltà che una scelta così radicale implicava quegli anni in un paese impreparato; mi risponde serenamente che “quella era la sua Via”.

Mentre mi racconta e ci confrontiamo su alcune verità di Fede (ognuno con la propria), osservo incredulo come maneggia due tablet dove sono contenuti versetti della Bibba. Ancora oggi, quasi tutti i giorni, va a predicare il “messaggio” nelle case, accompagnata da altri suoi compagni perché (porca miseria!) non può più guidare l’auto ed essere autonoma!

Finita l’intervista, mi accompagna giù dalle scale e, appena fuori, la vedo che prende in mano un manarìn e assesta ad un ceppo esageratamente grosso due colpi secchi dividendolo in due. Mi propongo di portarle il cesto di legna, ma mi squadra quasi un po’ risentita. Come ho potuto credere che a 96 anni non fosse più capace di spaccarsi un po’ di legna e portarsela di sopra?

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