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Ognissanti

visita e lavori al Camposanto

Ognissanti

visita e lavori al Camposanto

Appeso alla parete di quella che chiamavamo anticamera stava un telefono grigio in bachelite. Sempre molto usato, c’era tuttavia un periodo dell’anno in cui diventava rosso come quello del Commissario Gordon dall’assiduità delle chiamate in entrata e in uscita, solo che all’altro capo del filo non c’era Batman ma mia zia, la sorella di mia nonna (tecnicamente quindi la mia prozia) e non si trattava di salvare Gotham City ma di organizzare con mia nonna i lavori per la ricorrenza dei morti, il primo novembre.

La nostra folta genealogia già passata a miglior vita non doveva infatti sfigurare il giorno della festa di Ognissanti, quando tutti si recavano in cimitero a visitare defunti che, per la restante parte dell’anno, nessuno si ricordava di avere. Noi in cimitero avevamo una certa qualificante quantità di zii e zie, perché così si chiamavano, a prescindere, i parenti morti. Al massimo si aggiungeva il povero o la povera, giusto per dare al tutto un’aria di rammarico e di nostalgia. Ai tempi in cui io ero bambina, il piccolo cimitero di Castion non aveva loculi, ma solo tombe interrate, perlopiù di un marmo poroso e scadente che ingrigiva di muffa e muschio con singolare accanimento.

Quindi ogni anno ci si doveva dedicare a riassettare i sacelli con un certo impegno. Innanzitutto ci si assicurava di avere le materie prime: ghiaino rigorosamente bianco, “zappettina” e paletta per estirpare le erbacce e spianare il perimetro della tomba. Ai fiori si sarebbe pensato, una volta sistemato il resto, alla vigilia. Questo era l’unico materiale che trovavamo in loco, portato da mia madre con la 127; noi si portava sacchetti con dentro la varechina, spugne abrasive, vetril per le foto in ceramica e pagliette di ferro per il grigiume più pervicace oltre a un vario corredo di lumini e candele. Pronto il piano di lavoro: prima nonno Luigi, giù oltre lo scalino, lapide di marmo bianco. Poi in rapida successione l’ala ovest: zia Pina – Dio l’abbia in gloria – zia Corinna, buona e bella, zio Bortoleto, un vero galantuomo, zio Bruno non proprio uno stinco di santo, ma in terra siamo tutti uguali. Poi il cugino Giuseppe, quello alto da non passare per le porte, e zio Chino, quello furbo che aveva due mogli, una ignara dell’altra e qualche figlio sparso per il mondo, di cui era meglio non chiedere.

Il pomeriggio prescelto si partiva dal secondo piano della casa rossa a piedi alla volta del cimitero. Si andava per la Castretta, un sentiero umido e perennemente scivoloso che portava direttamente dall’Altipiano alla Canonica, e di lì al cimitero, tagliando Pian delle Feste. Si arrivava presto dopopranzo, con dispensa dai compiti per quel giorno, e pareva di stare in un cantiere, perché tutte le nonne con nipoti e figli del paese avevano lo stesso pensiero di tener alto l’onore sepolcrale della famiglia .
Si cominciava fregando marmi che non ne volevano sapere di tornare bianchi, si estirpavano erbacce e si spianavano ghiaini con precisione ingegneristica, si lucidavano foto sbiadite in ceramica e dediche commemorative. Dediche che erano per me bambina intenta a cavar erba misteriose e affascinanti: cosa mai vorrà dire “ una prece” o “ i tuoi cari devoti ”? Tutti i morti intorno alle nostre tombe erano stati “moglie e madre modello” o “il sostegno della casa” o “la famiglia pose”. «Nonna, cosa vuol dire pose?». «Che la famiglia ha posato». «Sì, nonna, ma posato che?». «Insomma, posato, cava erba».

Anche le foto suscitavano acute riflessioni: pensavo che molti fossero contenti di morire, visto che tutti o quasi sorridevano. «Zia, ma perché ride?». «Perché è l’unica foto che aveva, il giorno del matrimonio!» «Ma è morto mentre si sposava?». «Insomma, morto, cava erba». Intanto si intrecciavano conversazioni con i vicini di tomba, per così dire, che non si vedevano dall’anno prima, e si doveva quasi litigare per il secchio in alluminio per l’acqua, che, quando te lo eri accaparrato, guai a lasciarlo un momento che era già andato verso altre varechine e altre pagliette. Ogni tomba era accompagnata da un aneddoto sulla vita del defunto, uguale ogni anno. «Bambini diciamo un Padrenostro». «Nonna ma questo chi era?». «Zio Bepi, il cugino del nonno». Diciamo un padrenostro. «Sì, ma cosa faceva?». Padrenostro che sei nei cieli…

Fino alle cinque, quando imbruniva, si lavorava alacremente. All’uscita dal cimitero, tutti posavano in terra attrezzature e sacchetti, si voltavano verso il camposanto e velocemente si segnavano, con un bacio frettoloso all’indice destro con la testa piegata. C’era qualcosa di commovente, in quel gesto di devozione così semplice e scontato. Qualcosa che da solo la diceva lunga sull’effetto e il conforto che provavano tutti per i defunti che lì riposavano, non importa da quanto tempo, né se si erano conosciuti in vita. Una mezz’ora prima della fine, quando tutto era ormai pronto, si cercava una tomba di nessuno, nera incrostata, con la lapide spesso storta, con nomi e foto che neanche si vedevano più, e si lavorava con lo stesso zelo e la stessa devozione per sistemarla. Poi, le si sarebbe accesa una candela e fatto portare i fiori, come a tutti gli altri nostri morti. «Nonna chi è questa?». « È un’anima vicina al Signore». «Dì un’Avemaria». «Sì ma vicino come, se non ha un nome?». «Ce l’ha ma non si legge perché è morta da tanto tempo». «E allora perché sto qua a cavar erba se nessuno se ne ricorda più?». «Ce ne ricordiamo noi, dì un’Avemaria». Avemaria piena di grazia.

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